Pillole quotidiane

Riflessioni di una mamma in corsa

Parto da un dato meramente esperienziale per condividere una mia personale preoccupazione sulla piega che sta prendendo la scuola italiana e più in generale il mondo adulto nell’approccio all’ infanzia.

Mi risulta che in classe di mia figlia ci siano ben quattro bambini certificati come portatori di BES (bisogni educativi speciali) e quindi supportati per alcune ore a settimana da un insegnante di sostegno. Tra questi casi nessuno sembra essere grave.

Per un quinto bambino è stato fortemente sollecitato e mi risulta iniziato, un percorso di certificazione di una presunta disgrafia, problema che non prevede l’ intervento di un insegnante di sostegno ma la definizione di un piano individuale semplificato di apprendimento.

E siamo solo in terza…

I bambini, per ora sono 23, sarebbero 24 se in prima non ne fosse stata fermata una, straniera.

Di fronte a questo quadro , nessuno sembra sconvolgersi, ma a me sembra un’ enormità e il solo fatto che una cosa del genere sia possibile, senza che nessuno a nessun livello si faccia delle domande ed effettui delle verifiche, significa che, come cantava Tricarico qualche anno fa, “la situazione non è buona”.

 

Ad oggi, l’ insegnante di sostegno è la risposta unica e spesso inadeguata ad una pluralità di bisogni, che nella stragrande maggioranza dei casi di speciale non ha proprio niente. Aggiungo per completezza che ad oggi è quasi l’unica risposta che il legislatore mette a disposizione.

 

A quanto mi risulta ( e prego qualche addetto ai lavori di smentirmi) per ottenere un insegnante di sostegno, si deve passare attraverso la certificazione di una disabilità effettuata dal reparto di neuropsichiatria infantile di un ospedale pubblico.

 

Ad esempio, i problemi di integrazione dei bambini stranieri nelle scuole sono prevalentemente problemi di tipo linguistico e culturale che gli insegnanti di sostegno assegnati ad un’ alta percentuale di loro non hanno alcuna competenza per affrontare.

Il risultato è che per dare a questi bambini un aiuto qualsivoglia, che non risponde ai loro normali bisogni, la disabilità della scuola viene attribuita all’ alunno, cioè ad un bambino di pochi anni che si trova addosso del tutto incolpevole, un marchio di diversità declinata in termini di inferiorità.

 

Esulando da questioni di lingua o di nazionalità , sta passando il messaggio pericoloso che il sostegno ( previa certificazione di disabilità) sia lo strumento per affrontare situazione di disagio sociale (leggi povertà) o familiare che magari si ripercuotono nell’ andamento scolastico.

Ancora una volta le mancanze degli adulti ( siano essi i genitori o il corpo sociale ) vengono attribuite ai bambini.

 

 

Dovremmo domandarci , infine, quanti dei tantissimi disturbi dell’apprendimento che vengono diagnosticati oggi siano figli delle eccessive ansie di noi genitori e dalla preoccupazione degli insegnanti di non terminare i programmi ( e non è un caso secondo me in classe di mia figlia in determinate materie il programma sia concluso sempre PRIMA del termine dell’anno scolastico) e di vedere le proprie classi fallire il famigerato e temutissimo test INVALSI, oltre ovviamente alla facilità con cui alcuni reparti distribuiscono diagnosi.

 

A fronte di certi eccessi, l’ unico vantaggio certo si ha per gli adulti, anche in termini di posti lavoro in ambito scolastico e socio-sanitario ( una mia amica insegnante di scuola superiore ha utilizzato recentemente il termine di indotto, riferito alle figure che ruotano intorno a queste situazioni ).

 

 

Concludo con alcune precisazioni.

Non penso che il corpo insegnante e l’ insieme delle figure professionali che in ambito sanitario sono coinvolte nel processo di diagnosi siano costituiti da una massa di individui cinici che lucrano consapevolmente sulle spalle dei più deboli.

 

Non penso nemmeno che sia sbagliato fornire supporti mirati a situazioni di difficoltà o che non esitano casi limite in cui il sostegno alla disabilità è assolutamente necessario e realmente inclusivo. Peraltro per dare un po’ di sostegno a tutti, si finisce per non poter dare a chi ne ha davvero bisogno tutte le ore che gli spetterebbero.

 

Penso che stiamo esagerando ,che ne siamo tutti in qualche modo consapevoli ma che fingiamo di non vedere perché tanto un aiuto qualsiasi è meglio di niente.

 

Penso che stiamo pericolosamente sottovalutando i danni potenziali che questi “aiuti” possono apportare ai bambini.

 

Penso che per mettere i bambini al centro della scuola dobbiamo iniziare a porre l’accento anche sui limiti di noi adulti e smettere di sottolineare ossessivamente solo quelli dei bambini, smettere, insomma, di medicalizzare l’ infanzia.
Iole Granato

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A Palestrina arriva il Sindaco dei ragazzi e delle ragazze. Tre domande a… il presidente del Consiglio comunale Emiliano Fatello

A Palestrina, a pochi chilometri da Roma,è stato approvato dal Consiglio Comunale l’istituzione del consiglio delle ragazze e dei ragazzi, un’opportunità per tanti bambini di capire meglio le dinamiche della politica e di avvicinarli alle Istituzioni.

Per saperne di più, abbiamo intervistato uno dei promotori dell’iniziativa, Emiliano Fatello, Presidente del Consiglio Comunale di Palestrina, tra gli autori del regolamento, a cui dedichiamo il nostro “Tre domande a…”

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Progetto per crescere a Zagarolo…i genitori tornano sui banchi.

Per chiudere in bellezza l’anno scolastico, i genitori del 275 Circolo di Zagarolo si regalano una giornata formativa, a coronamento del percorso di partecipazione e formazione che hanno intrapreso è sviluppato.Sabato 27, la scuola aprirà i suoi locali per ospitare il Progetto per Crescere proposto dal Lyons Quest di Guidonia,un percorso completo e strutturato di prevenzione primaria al disagio e alla devianza, fondati su un processo che stimola apprendimenti sociali ed emotivi.

Una ricerca dimostra che quando i giovani fanno esperienze relative all’apprendimento socio-emotivo hanno maggiori probabilità di ottenere risultati positivi, sia nella crescita personale sia a livello di successo scolastico (Scales & Benson, 2006). Ciò richiede un impegno globale e a lungo termine a
cui devono partecipare Famiglia, Scuola e Comunità. I Progetti Lions Quest offrono un percorso in questa direzione, includendo i requisiti per lo sviluppo delle competenze necessarie:
• Consapevolezza di sé. Identificare e riconoscere le proprie emozioni, i propri punti di forza, bisogni, valori. Sviluppare auto- efficacia e senso di responsabilità
• Consapevolezza sociale. Mostrare comprensione ed empatia per gli altri
• Capacità decisionale. Fare scelte etiche e costruttive in merito a comportamenti personali e sociali
• gestione di sé. Gestire emozioni, comportamenti, stress. Determinare obiettivi e sviluppare capacità organizzative
• Capacità relazionali. Sviluppare relazioni positive, lavorare in modo cooperativo, mediare, gestire i conflitti, dare e chiedere aiuto.

Il corso,tenuto da formatori qualificati Lyons,avrà la durata di una sola giornata (8.30-18 con pausa pranzo) ed è completamente gratuito.

Durante il corso,saranno affrontate con strategie di tipo prevalentemente operativo e dinamico,le seguenti tematiche :
– migliorare la comunicazione familiare ;
-promuovere le competenze socio-emotive;
-aiutare i figli ad acquisire uno stile di vita sano,libero da dipendenze;
-Sperimentare i passi del processo decisionale;
-accrescere la fiducia in se stessi dei propri figli;
-utilizzare la genitorialita’ come primo strumento di prevenzione.

Tutti i partecipanti del corso utilizzeranno la guida per genitori.

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Finisce la scuola è già si pensa al nuovo inizio: ecco il calendario scolastico 2015/2016

Scuola: calendario 2015/2016 per gli istituti di Roma e Lazio

La Giunta regionale del Lazio ha approvato il calendario scolastico 2015/2016 valido per tutte le istituzioni scolastiche regionali di ogni ordine e grado. In considerazione del calendario pluriennale introdotto lo scorso anno, l’inizio delle lezioni è confermato per il 15 settembre 2015, la chiusura per l’8 giugno 2016. Per le scuole dell’infanzia il termine è il 30 giugno 2016.

“Confermiamo il calendario pluriennale, uno strumento utile e innovativo per la programmazione degli istituti e delle famiglie, contemporaneamente introduciamo elementi di flessibilità sulla data di apertura per tutte le istituzioni scolastiche, venendo incontro alle richieste delle scuole e nel rispetto dell’autonomia scolastica” dichiara il vicepresidente e assessore alla Scuola della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio.

Le singole istituzioni scolastiche, nella propria autonomia, d’intesa con gli Enti Locali erogatori dei servizi scolastici e nel rispetto delle esigenze espresse dalle famiglie, hanno facoltà di procedere ad adattamenti del calendario regionale, purché siano garantiti l’apertura entro il 15 settembre e la chiusura l’8 giugno, oltre a un numero minimo di 206 giorni di lezione. La sospensione delle lezioni è stabilita, oltre che nei giorni delle festività nazionali (1° novembre, 8 dicembre, 25 dicembre, 26 dicembre, 1° gennaio, 6 gennaio, Lunedì dell’Angelo: 28 marzo, 25 Aprile, 1° maggio, 2 giugno, Festa del Santo Patrono), il 2 novembre (commemorazione dei defunti), dal 23 dicembre 2015 al 6 gennaio 2016 (vacanze di Natale) dal 24 al 29 marzo 2016 (vacanze pasquali).

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La riforma della scuola: genitore intervista docente

Le immagini degli insegnanti vestiti a lutto destano un senso di disorientamento tra chi le vede, senza riuscire a capire cosa spinge, proprio adesso, milioni di loro ad alzare la testa dopo anni di lento e continuo smantellamento del sistema scolastico. Quali sono quindi le ragioni di questo sciopero, che fa dire la Scuola è morta? L’abbiamo chiesto a un docente della Scuola media “Albio Tibullo” di Zagarolo.

D Con lo stanziamento di un miliardo di euro, la legge di stabilità ha detto ‘addio’ alle graduatorie a esaurimento, favorendo l’immissione in ruolo, dal prossimo settembre, di oltre 100.701 precari.

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Crollo in una scuola di Ostuni: tanti soldi spesi male!

Poteva avere conseguenze ben più gravi l’incredibile crollo di un ampio pezzo di intonaco dal soffitto di una classe nella scuola avvenuto ieri  nella scuola elementare “Enrico Pessina” di Ostuni (Brindisi). Un episodio che riporta in primo piano la questione della sicurezza scolastica anche se, mai come stavolta, spendere soldi pubblici non è stato sinonimo di sicurezza.

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Fa quel che può, quel che non può non fa

31 gennaio,fine del quadrimestre,tempo di valutazione nella scuola…in tutte le scuole di ogni ordine e grado si stanno consegnando in questi giorni è con modalità differenti i documenti di valutazione redatti dal team docente per informare le famiglie riguardo l’andamento didattico-disciplinare dei propri figli.
E come spesso accade,non mancano polemiche, discussioni,perplessità.Proprio a tal proposito, ho visualizzato nella mia bacheca Facebook un testo che mi ha fatto riflettere e credo possa illuminare o comunque fornire utili spunti di discussione appunto sul tema valutazione…eccolo…
“Una maestra, dopo aver consegnato le schede di valutazione ai genitori, scrive queste riflessioni sul voto nella sua bacheca:
“Non sono stata capace di dire no. No ai voti. Alla separazione dei bambini in base a quello che riescono a fare. A chiudere i bambini in un numero. Ad insegnare loro una matematica dell’essere, secondo la quale più il voto è alto più un bambino vale.
Il voto corrompe. Il voto divide. Il voto classifica. Il voto separa. Il voto è il più subdolo disintegratore di una comunità. Il voto cancella le storie, il cammino, lo sforzo e l’impegno del fare insieme. Il voto è brutale, premia e punisce, esalta ed umilia. Il voto sbaglia, nel momento che sancisce, inciampa nel variabile umano. Il voto dimentica da dove si viene. Il voto non è il volto.
I voti fanno star male chi li mette e chi li riceve. Creano ansia, confronti, successi e fallimenti. I voti distruggono il piacere di scoprire e di imparare, ognuno con i propri tempi facendo quel che può. I voti disturbano la crescita, l’autostima e la considerazione degli altri. I voti mietono vittime e creano presunzioni.
I voti non si danno ai bambini. In particolare a quelli che non ce la fanno.
La maestra lo sa bene, perciò è colpevole. Per non aver fatto obiezione di coscienza.”
Il “maestro” Manzi riportava nella scheda di valutazione di tutti gli studenti la stessa formula: “Ha fatto quel che può, quel che non può non fa”.

Un invito,ora,a chi,come me, è sempre stato dalla parte dei più bravi,convinto che in fondo in fondo una punizione ai somari facesse proprio bene…
Proviamo a cambiare prospettiva. A guardare anche da un altro punto di vista…
E ad osservare con stima e ammirazione chi fatica a raggiungere gli obiettivi.

E da questa, per me nuova, prospettiva condivido il pensiero di questa maestra: i voti possono ammazzare l’autostima e abbassare la considerazione di se stessi.

Gli insegnanti lo sanno bene. E’ il loro mestiere. Ma penso che la routine e gli obblighi burocratici a volte prendano il sopravvento.

E se la pagella non è delle più brillanti,come non mortificare il bambino senza nello stesso tempo far perdere il valore formativo-educativo al documento? Riportiamo a seguire dei consigli estratti dal sito Nostrofiglio.it.

“…Prima di tutto bisogna cercare il motivo dell’insuccesso, considerando il bambino nella sua individualità, nella relazione con gli insegnanti e con i compagni.
“Una brutta pagella è il segnale di un disagio che trova la sua manifestazione nello scarso rendimento scolastico” ci spiega Sara Peruselli, psicologa specializzata nei temi dell’apprendimento e dei talenti dei bambini e dottore di ricerca in psicologia.
“Le cause del disagio possono essere tantissime, strettamente legate ai meccanismi sui quali si sviluppa la vita del bambino, ma tutte riconducibili a una difficoltà di adattamento. Innanzitutto il passaggio dalla scuola dell’infanzia a quella primaria è sempre un trauma: cambiano i metodi, gli insegnanti, a volte anche i compagni, c’è il primo approccio allo studio e il confronto con le prime richieste da parte dell’insegnante. Insomma, ci sono importanti cambiamenti e ogni bambino ha i suoi tempi per abituarsi. E quando il bambino necessita di un periodo di adattamento più lungo, il suo rendimento scolastico può risentirne”.
“La difficoltà di adattamento – spiega la psicologa – può anche nascondere un problema di autostima, di scarsa motivazione (per esempio nel caso di bambini che sanno già scrivere o leggere e che quindi a scuola si annoiano), difficoltà di motricità (non sanno tenere bene la penna in mano e provano un senso di frustrazione), relazionali (bambini timidi e inseriti in una classe molto numerosa e sconosciuta, magari senza nessun compagno della materna) o di contesto familiare: per esempio il bambino sta affrontando un periodo difficile perché è accaduto un evento che deve ancora metabolizzare (separazione dei genitori, morte di un parente, nascita di un fratellino, trasferimento in un’altra casa o città, perdita del lavoro da parte di un genitore, ecc…). Ecco perché la sua attenzione e la concentrazione verso lo studio possono venire meno”.
Per quanto riguarda le difficoltà di tipo cognitivo, invece, secondo la psicologa, “la pagella della prima elementare non è assolutamente indicativa: una diagnosi di questo tipo, infatti, può essere fatta solo verso la fine della seconda elementare”.
A tu per tu con le maestre
Se dalla pagella sono emersi dei problemi, la psicologa suggerisce ai genitori di chiedere un colloquio con le insegnanti. “La comunicazione con la maestra è fondamentale, così come la fiducia: ci sono genitori che negano i messaggi dei docenti, limitandosi a vedere il proprio figlio nel contesto familiare e non immaginandolo in quello scolastico (mio figlio non è così, a casa è diverso, ecc.), quindi è importante che ascoltino i consigli dell’insegnante, anche quando questo dice qualcosa che non ci si aspetta o non si vuole sentirsi dire, per poi intervenire a risolvere eventuali problemi tempestivamente”.
E poi far prevalere la regola del buon senso: “il mestiere di genitore non si impara e non lo insegna nessuno, perciò è utile ascoltare il proprio bambino e osservare bene i segnali che ci manda. Ricordiamo che i bambini mandano sempre dei segnali molto chiari del proprio malessere e il compito degli adulti è quello di ascoltarli e aiutarli”.
E se si tratta di reali difficoltà scolastiche?
“L’insegnante che si rende conto che il bambino incontra difficoltà a scuola dovrebbe valutarle e avvisare la famiglia, consigliando per esempio l’aiuto di un logopedista o di altri specialisti a seconda della natura del problema. E poi cercare di adattare al bambino le regole di apprendimento, nel caso abbia notato che ha tempi e ritmi diversi rispetto ai compagni”, sostiene la psicologa.
E continua: “I genitori, dal canto loro, non devono drammatizzare su una pagella disastrosa e considerare che nulla è perduto, che le lacune sono recuperabili e nel secondo quadrimestre si avrà tutta la possibilità di migliorare. Certo, prima si interviene meglio è. Inoltre è importante rassicurare il bambino facendogli capire che ci può essere un miglioramento, che ha le possibilità per riuscirci, insomma trasmettergli un messaggio positivo che lo aiuta a recuperare il senso di autostima e a contribuire a far crescere in lui la voglia di studiare e imparare”.
“Infine è bene che i genitori facciano un confronto tra i brutti voti di una pagella, certamente non attesi, con le proprie aspettative. In particolare se si tratta di una famiglia con un figlio unico, situazione tipica in cui le attese sono tutte esclusivamente concentrate su di lui e non c’è la possibilità di un confronto con un altro figlio, che creerebbe sicuramente una preoccupazione minore”.
“La pressione scolastica da parte dei genitori che incalzano i figli perché abbiano voti alti è dannosa – conclude la psicologa -: il rischio, infatti, è che il bambino percepisca che è più importante un bel voto piuttosto che applicare e apprendere la materia stessa. Insomma, meglio un 6 che rispecchia le capacità giuste del bambino, piuttosto che un 8 preso non per uno studio costante ma per l’exploit di impegno breve ma intenso e svolto solo per soddisfare il desiderio dei genitori”.

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Via la plastica dalle mense scolastiche di Zagarolo

Anche le mense di scolastiche di Zagarolo si liberano delle stoviglie in plastica e, con l’arrivo delle  posate metalliche e dei piatti in ceramica, una boccata di aria fresca sembra essere entrata nei locali della mensa. Malgrado ciò, tra gli applausi e l’entusiasmo dei più, non sono mancate le lamentale di chi evidentemente non ha chiaro quali siano i pericoli che si nascondono dietro l’ormai radicata e diffusa abitudine di utilizzare contenitori e stoviglie in plastica.

L’uso della plastica è talmente diffuso che rimane a volte difficile pensare a soluzioni e prodotti diversi per assolvere alle sempre

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Menù europei a scuola : flop nelle mense romane

Ha suscitato molte proteste sui social network la decisione di introdurre nelle mense scolastiche comunali di Roma i cosiddetti “menu europei”. L’iniziativa, partita dall’assessorato alla Scuola di Roma Capitale, non ha incontrato il favore dei genitori dei bimbi: su Facebook diversi utenti, appoggiati dal gruppo consiliare del M5s, hanno postato le foto dei piatti, mostrando come, a loro avviso, qualità e quantità dei cibi lascino alquanto a desiderare.
Esponenti del M5s della Capitale ritengono che l’iniziativa di fatto sia “ammirevole negli intenti perché la conoscenza delle altre culture può passare anche attraverso la stimolazione del gusto”. Ciò che contestano è però il pessimo risultato. Porzioni scarse e cibi non propriamente salutari (come wurstel e patatine fritte): su questo vertono in particolare le polemiche. Sono nate persino diverse pagine di protesta su Facebook.

L’allora assessore alla Scuola di Roma Capitale, Alessandra Cattoi, presentando l’iniziativa aveva detto: “Questo progetto è un piccolo tassello nel percorso educativo, per spiegare origini e tradizioni di alcuni piatti che i bimbi già mangiano e un pretesto per parlare di Europa”. Ora spetterà al suo successore, Paolo Masini, rispondere al coro di proteste contro i menu europei.

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Insultare gli insegnanti : oltraggio a pubblico ufficiale

Insultare gli insegnanti? E’ un vero e proprio oltraggio ad un pubblico ufficiale. E’ questa la sentenza emessa dalla quinta sezione penale della Cassazione, che ha riaperto il processo a carico di una mamma toscana, accusata di ingiuria ai danni di una docente di scuola media, insegnante di sua figlia.
In un primo momento il giudice di pace di Cecina aveva dichiarato il non luogo a procedere nei confronti della mamma, ma il procuratore generale di Firenze ha presentato ricorso in Cassazione, spostando la questione dall’ingiuria all’oltraggio a pubblico ufficiale, e dunque spostando la competenza dal giudice di pace al tribunale.
La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso, annullando la decisione del giudice di pace. Gli atti, poi, sono stati trasmessi alla Procura di Livorno: “Sussistono tutti gli elementi”, si legge in una sentenza depositata oggi, del reato “di oltraggio a pubblico ufficiale”, caratterizzato dalla “offesa all’onore e al prestigio del pubblico ufficiale” che “deve avvenire alla presenza di più persone”, “essere realizzata in luogo pubblico o aperto al pubblico” e “avvenire in un momento nel quale il pubblico ufficiale compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni”.
Il reato di oltraggio, abrogato nel 2005, è stato reinserito nell’ordinamento nel 2009: oggi a qualificare il reato non è la “mera lesione in sè dell’onore e della reputazione del pubblico ufficiale”, quanto, come spiega la Cassazione, “la conoscenza di tale violazione da parte di un contesto soggettivo allargato a più persone presenti al momento dell’azione, da compiersi in un ambito spaziale specificato come luogo pubblico o aperto al pubblico e in contestualità con il compimento dell’atto dell’ufficio ed a causa o nell’esercizio della funzione pubblica”.
Il legislatore “incrimina – si continua a leggere nella sentenza – comportamenti ritenuti pregiudizievoli del bene protetto a condizione della diffusione della percezione dell’offesa, del collegamento temporale e finalistico con l’esercizio della potestà pubblica e della possibile interferenza perturbatrice col suo espletamento”. Nel caso in esame, concludono i giudici, “tali elementi sussistevano” poiché “le ingiurie furono pronunciate nei locali scolastici in modo tale da essere percepite da più persone”; inoltre “l’insegnante di scuola media è pubblico ufficiale” e “l’esercizio delle sue funzioni non è circoscritto alla tenuta delle lezioni, ma si estende alle connesse attività preparatorie, contestuali e successive, ivi compresi gli incontri dei genitori degli allievi”. Insomma, prima di prendersela con gli insegnanti e difendere sempre e solo i propri figli, magari sarà meglio pensarci due volte.

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