Pillole quotidiane

Disostruzione pediatrica : continua la serie di incontri di informazione e prevenzione.

E’il cittadino informato che fa partire la catena della sopravvivenza… Questo ed altro ciò che hanno imparato oggi un gruppo di genitori ed insegnanti del 275 circolo di Zagarolo che hanno scelto di partecipare ad un corso di disostruzione pediatrica offerto dagli addetti della CRI.
Richiesta e voluta da tutta l’utenza,questa giornata è stata inserita in un vasto programma di iniziative proposte dai genitori di Zagarolo ed è stato inserito proprio in questa settimana per farlo coincidere con Emergency Expo ,l’esposizione nazionale delle emergenze e della sicurezza in programma alla fiera di Roma il prossimo fine settimana.

Saper attivare in maniera adeguata il sistema di emergenza 118,Saper identificare una situazione in cui sia necessario iniziare il protocollo di disostruzione delle vie aeree;saper applicare l’algoritmo per la disostruzione da corpo estraneo nel lattante e nel bambino;ridurre la mortalità e gli effetti invalidanti conseguenti all’arresto cardiocircolatorio e all’istruzione da corpo estraneo sono alcuni tra gli obiettivi che sono stati proposti,oltre naturalmente quello di aumentare prevenzione ed informazione nei cittadini;quello della disostruzione pediatrica è un pericolo talvolta non adeguatamente pubblicizzato In Italia nonostante nel nostro paese ci siano circa 50 morti l’anno nella fascia 0 -14 anni.

Oltre alle informazioni statistiche, molti anche i consigli pratici :
sono state esposte varie tecniche (che sono diverse a seconda dell’età e delle dimensioni del bambino ),le azioni che bisogna individuare per il riconoscimento dell’ostruzione ed altri piccoli segreti per salvare un bambino .
Un ampio capitolo è stato dedicato anche a ciò che di solito ingeriscono i bambini e di conseguenza alla sicurezza domestica :I corpi estranei sono il cibo al 57%, i giochi al 20%,altro 13%…molto pericolosi sono :palloncini, biglie monete,palline, cappucci di penna, batterie;è importante anche controllare sempre che i giocattoli siano adatti all’età del bambino ed osservare alcune norme di buon senso e di sicurezza.
Importanti anche una serie di accorgimenti nelle abitudini che si attuano quotidianamente : la chiave della prevenzione parte dalla supervisione attiva…non si lascia mangiare il bambino durante il gioco, davanti alla TV,in macchina o mentre cammina o corre; la vicinanza dell’adulto non è garanzia di prevenzione…è fondamentale quindi far fermare il bambino e far posare la sua attenzione sull’azione che compie nel momento in cui mangia.

Buona la partecipazione dei genitori,che come sempre rispondono in maniera attiva alle proposte e alle iniziative promosse dalla Scuola.

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Troppo vestiti, spesso ammalati

“Chiusi in casa d’inverno, per evitare malattie e contagi? Niente di più sbagliato. I bambini, all’aria aperta, corrono molto meno rischi infettivi di quando si trovano in locali chiusi”…Questo è il consiglio dei pediatri.
Con l’arrivo delle temperature fredde, i genitori hanno paura di lasciare i figli all’aria aperta, perché temono per la loro salute. In realtà, se ben coperti e portati fuori nelle ore centrali della giornata, hanno minori possibilità di essere esposti agli agenti infettivi di quante ne hanno se rimangono a lungo in luoghi poco areati.Infatti, i contatti ravvicinati con altri bambini o, più in generale, con i soggetti malati, sono una delle principali modalità di trasmissione delle malattie infettive”.

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Ha 32 anni il nonno più giovane d’Italia

Ha solo 32 anni ma è il nonno più giovane d’Italia. Il record spetta a Salvatore Pizzo di Belmonte Mezzagno, un comune in provincia di Palermo.

Italia, paese di poeti, santi, navigatori e anche di ultracentenari. Ma a Belmonte Mezzagno, una cittadina in provincia di Palermo, non sarà così, almeno per un bel po’. Il nonno più giovane d’Italia ha infatti 32 anni; Salvatore Pizzo, impiegato di Trenitalia, di gravidanze in giovane età ne sa qualcosa, perché a sua volta è stato padre di sua figlia Giorgia quando di anni ne aveva solo 17.

Salvatore scavalca tutti i record e sbaraglia la concorrenza: lo scorso anno era infatti un sanremese il nonno più giovane d’Italia; con i suoi 33 anni, Renato Ventre aveva accolto Angela, prima figlia di Désirée, di soli 15 anni.
Ma la palma dei baby-nonni la detiene in Europa la vecchia Inghilterra. Ha infatti 29 anni il britannico che è stato intervistato dai microfoni del “Daily Mail” nel 2011, arrabbiato perché sua figlia, di soli 14 anni, aveva dato alla luce una bambina prima di terminare la scuola dell’obbligo.

L’uomo ha strappato il primato a Giulia Elia, napoletana di Santa Lucia, che solo l’anno prima era diventata nonna a seguito della nascita della figlia di sua nipote, di 14 anni.
Una gioia che ha contagiato tutti, sia le famiglie coinvolte che gli abitanti delle aree (da Sanremo a Palermo, fino a Napoli) in cui la notizia ha fatto il giro, più veloce del vento.

Ora, la giovane mamma non sa quello che le aspetta.
Anche Giorgia, della provincia di Palermo, dovrà dedicare tutto il suo tempo a crescere sua figlia Sharon; un lavoro oneroso per una ragazza così giovane, che ha la fortuna di contare sul sostegno di tutta, ma proprio tutta la famiglia. Sì perché se la matematica non ci inganna, i bisnonni avranno giusto poco più o poco meno di 50-60 anni, un’età ideale per essere bisnonni e non sentirlo.

Tre generazioni a confronto, cinque persone nello spazio di all’incirca un trentennio.
Non vogliamo che questa occasione di gioia diventi un modo come un altro per parlare di contraccezioni o di scarsa informazione, forse invece una notizia del genere potrebbe essere un modo per vedere la situazione da un’altra prospettiva.

Nel 1933, la letteratura medica venne a conoscenza di Lina Vanessa Medina Vásquez, una bimba di 5 anni di origine peruviane che diede alla luce la sua prima figlia. Un caso più unico che raro. Lina è infatti stata la prima e unica mamma più giovane al mondo; il menarca, ovvero la prima mestruazione, fece la sua comparsa a 8 mesi dalla nascita, e il seno iniziò a svilupparsi già a 4 anni. Un corpo già pronto, quello di Lina, che diede vita a un neonato sano di 2,7 chilogrammi.

Le gravidanze in giovane età sono un fenomeno sempre più crescente, e spesso e volentieri rappresentano un modo come un altro per uscire da una situazione famigliare tesa e drammatica; una gravidanza precoce è sicuramente problematica per una giovane ragazza, non solo dal punto di vista sociale e psicologico, ma anche dal punto di vista medico.

Maggiori sono infatti i rischi che il bambino possa soffrirne, stesso discorso anche per la madre; è infatti al di sotto dei vent’anni che si registra il più alto tasso di mortalità, sia neonatale che della puerpera, ma i rischi sono legati anche alla prima infanzia del bambino.
Rischi che vanno assottigliandosi con l’aumentare dell’età e che vanno aumentando, di nuovo, quando questa riassume le caratteristiche di una parabola discendente, e che ci portano dunque a raggiungere un’altra questione, di cui si parla tanto e spesso: le gravidanze tardive.

Quelle portate avanti cioè da donne con più di 35 anni, e in particolar modo nella fascia 40-45 e oltre.
Ironia della sorte, è solo di pochi giorni fa la notizia che una donna di 40 anni di Pescara, è diventata mamma per la seconda volta, rimanendo incinta di ben tre gemelli, ma forse tra gli esempi più illustri ricordiamo sicuramente Carmen Russo e Gianna Nannini, 53 anni l’una, 54 anni l’altra.
E mentre la scienza fa passi da gigante in ogni settore, in campo medico una mamma cinquantenne viene ancora definita in gergo una ‘puerpera attempata’; un dolore, per le molte donne che hanno dovuto o preferito attendere.

Un’età media più alta significa anche un rischio maggiore di incappare in aborti spontanei e malformazioni del feto; a cinquant’anni infatti, una donna è fertile solo per un 3%; ma spesso un’età superiore rispetto alla media, rende la gravidanza un’esperienza più piena e decisamente più consapevole di quanto non lo sarebbe in precedenza, questo a detta delle molte mamme che lo sono diventate.

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Nel lettone con mamma e papà : nessuna conseguenza per i bebè .

Nei primi mesi di vita del bambino i genitori farebbero qualsiasi cosa pur di farlo smettere di piangere. Spesso, a meno di non avere a che fare con un piccolo Attila, la soluzione per calmarlo è portarlo a dormire nel lettone. Per anni pediatri e psicologi hanno sconsigliato ai genitori il “co-sleeping”, convinti che questa abitudine danneggiasse l’intesa sessuale della coppia e l’educazione dei figli. Eppure molti bambini, fino alla metà del secolo scorso, hanno dormito con mamma e papà, spesso per motivi economici. L’usanza, secondo due studi del 2006, appartie al 93% dei bambini fra i tre e i 10 anni, per ragioni unicamente affettive.

Oggi una ricerca della Stony Brook University di New York, pubblicato su Pediatrics, riabilita quest’usanza così dura a morire, sostenendo che abituare i bambini a dormire tra le lenzuola che odorano di mamma e papà non comporti per loro alcun effetto collaterale. “Madri dello stesso livello sociale educano i bambini esattamente nello stesso modo – spiega la coordinatrice della ricerca Lauren Hale – indipendentemente dal fatto di farli dormire con sé o no”.

Lo studio ha preso in esame 944 coppie non abbienti con un figlio di un anno, monitorandone nel lungo periodo la situazione psicologica e le abitudini legate al sonno. Dai dati è emerso che i bambini che avevano dormito nel lettone avevano raggiunto lo stesso livello di sviluppo comportamentale e cognitivo di quelli che avevano sempre dormito da soli. L’Associazione americana di pediatria si è sempre schierata contro il co-sleeping nei primi mesi di vita spiegando che quest’abitudine aumenta il rischio di sindrome della morte improvvisa del lattante, che colpisce nel primo anno di vita ed è tutt’ora la prima causa di morte tra i piccoli nati sani, ma la Hale precisa che “la scoperta non è in contrasto con queste raccomandazioni, perché lo studio si è concentrato su bambini che avevano già compiuto un anno”.

Ci sono tuttavia pro e contro legati al bed-sharing. Secondo alcuni pediatri favorisce l’allattamento al seno e migliora il rapporti tra madre e figlio, secondo altri stressa i genitori e stravolge le abitudini del bambino, facendolo sentire a disagio quando è costretto a dormire da solo. “Attraverso il lettone – spiega lo psicologo Maurizio Brasini – scorrono i momenti cruciali del ciclo vitale di una famiglia. Prima sarà il talamo di due amanti, poi un pancione occuperà una parte dello spazio comune, e poi ancora si trasformerà in nido. Il letto è uno spazio importantissimo ma è sempre e comunque solo un letto. L’importante, come al solito, è l’equilibrio che si instaura all’interno della famiglia”.

Già qualche anno fa Margot Sunderland, direttrice del Center for Child Mental Health di Londra, consigliò ai genitori di respingere l’opinione dominante e permettere ai bambini di dormire nel lettone sino ai cinque anni, affermando come questa abitudine renda più probabile che diventino degli adulti calmi, sani ed emotivamente equilibrati. Autrice di una ventina di libri sulla psicologia dell’infanzia, la Sunderland presentò la sua teoria nel saggio “The Science of Parenting” (“La scienza di fare i genitori”), basato sulle conclusioni di 800 studi scientifici. Secondo la psicologa, abituare i bambini a dormire da soli già a poche settimane di vita (uso comune ad esempio negli Stati Uniti, dove solo il 15% dei bambini può addormentarsi con mamma e papà, la percentuale più bassa del mondo) è anzi dannoso, perché la separazione dai genitori aumenta il flusso di ormoni dello stress, come l’idrocortisone.

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Febbre,tosse e raffreddore: tutti i mali di stagione.

Con l’arrivo della cattiva stagione, ci troviamo a fare i conti con i malanni legati ai colpi di freddo, all’abbassamento della colonnina di mercurio, agli sbalzi di temperatura tra ambienti interni ed esterni. I nostri bimbi, e non solo loro, sono colpiti da raffreddamenti, male alla gola, all’orecchio, tosse… insomma il sistema respiratorio ne risente, a volte basta stare un pò riguardati per superare i disturbi, altre volte si è costretti a ricorrere a medicinali e all’ausilio del pediatra.

Il male d’orecchio è un disturbo che colpisce maggiormente i bambini sotto i dieci anni. Si tratta di un’infezione causata da batteri o virus.

I sintomi più comuni sono dolore locale, accompagnato a volte (ma non sempre) da raffreddore, tosse ed anche febbre o congiuntivite.

Il pediatra saprà individuare tramite visita con l’otoscopio, con la quale è possibile osservare la membrana timpanica, l’entità dell’infezione. In passato era prassi prescrivere un antibiotico come cura all’otite, mentre una più recente pediatria è propensa a suggerire un approccio più soft, giacché si è notato che in molti casi è sufficiente l’uso di un antidolorifico (il più usato è il paracetamolo), ovviamente verrà monitorato l’andamento della guarigione; qualora non ci fosse miglioramento, il pediatra prescriverà l’antibiotico, l’amoxicillina sembra dare ottimi risultati.

Possono essere utili i lavaggi nasali con soluzioni fisiologiche che tengano “pulite” le mucose; esistono in commercio soluzioni monodose, ma spesso le mamme acquistano la boccetta di soluzione fisiologica “da flebo” da cui estraggono il contenuto necessario con una siringa, una volta rimosso l’ago, è possibile irrorare direttamente nelle narici, questa è un’alternativa molto economica!

Nei casi di otiti virali (circa un terzo delle otiti), l’antibiotico ha poca efficacia. La tendenza è quella di limitare l’utilizzo di antibiotico per non creare antibiotico resistenza, il ripetuto utilizzo ne diminuisce l’efficacia, e limitarne gli effetti collaterali.

Qualora il bimbo presenti già da subito sintomatologie da otorrea (pus che fuoriesce dall’orecchio) o in presenza di un bimbo con meno di 24 mesi, è opportuno optare per la prescrizione dell’antibiotico onde evitare peggioramenti. In presenza di otite media acuta, l’infiammazione curata si esaurirà in 15-20 giorni durante i quali il bambino può avere una sensazione di “orecchio tappato”. Chi ha sofferto di questa problematica, ha più probabilità di ricontrarla. Nei casi più gravi una mancata cura dell’otite media può portare ad una mastoide, un’infezione dell’osso chiamato mastoide che è posizionato dietro l’orecchio oppure ad un ristagno di muco nel timpano che, se protratto nel tempo, acutizza l’infiammazione, otite media essudativa, con ripercussioni sulla capacità uditiva e dunque creando anche conseguenti difficoltà nel linguaggio.

Prevenire le otiti è molto difficile, sebbene esistano delle costanti di “protezione” quali l’allattamento al seno, l’assenza di fumo passivo, l’inserimento in comunità (asili) dopo i tre anni quando l’organismo ha sviluppato un sistema immunitario più forte, la vaccinazione antipneumococco nel caso di otiti ricorrenti.

L’otite non è contagiosa, per cui una volta che il bimbo si sente meglio, potrà tornare a scuola senza alcun problema.
La tonsillite è un malanno che colpisce molti bambini che frequentano comunità, scuole materne, asili, elementari. Si tratta dell’ingrossamento e arrossamento delle tonsille che spesso presentano punti bianchi o grigi. Si accompagnano generalmente a febbre, anche molto alta, mal di gola e ingrossamento delle ghiandole del collo.

Esistono soggetti affetti da tonsilliti ricorrenti, giacché il disturbo si ripresenta più volte nell’arco della stagione fredda, in questi casi è opportuno approfondire ed andare a sondare il corretto funzionamento del sistema immunitario. Esistono tre ceppi “seri” di tonsillite che vale la pena citare, tonsillite da streptococco, tonsillite da virus della mononucleosi (si contrae una sola volta poi il sistema si immunizza), tonsillite da adenovirs.

Le adenoidi sono delle ghiandole che si trovano tra naso e gola. Può succedere che si ingrossino troppo rendendo difficoltoso il respiro. Le adenoidi crescono di volume quando sono “stimolate” dalle infezioni.

Esistono dei bambini più portati di altri ad accrescere il volume tanto delle adenoidi quanto delle tonsille. In passato, 30 anni fa, era una pratica diffusa quella di operare i bambini che soffrivano di queste infezioni locali, estirpando tanto le tonsille quanto le adenoidi. Attualmente si procede alla rimozione solo in casi gravi, tendendo a preservare le virtù protettive dell’apparato respiratorio di queste ghiandole.
A proposito di ingrossamento di tonsille e adenoidi occorre soffermarci su un problema che affligge molti bambini, quello delle apnee notturne, causate dall’ingrossamento delle ghiandole e della conseguente alterazione del movimento respiratorio. Il flusso di aria che fatica a passare nelle vie respiratorie può subire brevi arresti, rendendo alcuni atti respiratori insufficienti per un corretto scambio, il bambino si sveglia inconsapevolmente, risistemando l’occlusione (magari deglutendo) e riprendendo la corretta funzione respiratoria. E’ il caso dei bambini che di notte russano. Questi arresti del respiro non sono benefici, anzi, non permettono un giusto riposo, il sonno è continuamente interrotto a discapito dell’azione di rinforzo della memoria che avviene mentre dormiamo; i bambini si svegliano “stanchi”; si abbassa la quantità di ossigeno nel sangue e si alza quella di anidride carbonica. Vale la pena, sentito il pediatra, programmare una visita dall’otorino.
Il mal di gola si presenta nelle sue forme più comuni: faringiti, laringiti e faringotonsilliti.

I sintomi comuni sono: ghiandole linfatiche e tonsille ingrossate, gola rossa, placche in gola, febbre, tosse, raffreddore e mal di testa.

Nella maggior parte dei casi è causato da virus per cui non necessita di antibiotici per la cura, scompare in 5-7 giorni. Le difese immunitarie del bambino fanno la differenza circa la velocità di guarigione. Il corpo usa gli strumenti che ha a disposizione per combattere il virus, come la febbre, l’innalzamento della temperatura accelera le funzioni e dunque anche quella immunitaria, individuando l’anticorpo più idoneo a combattere il virus.

A volte a causare il mal di gola può essere un batterio, il più comune è lo streptococco beta-emolitico del gruppo A (che merita trattamento con antibiotico), per gli altri batteri non occorre ricorrere ad antibiotici.

Il tampone è un valido mezzo di indagine ad opera del pediatra per individuare la presenza dello streptococco. E’ utile per prevenire il mal di gola stare lontani da ambienti con fumo o troppo inquinati dallo scarico delle auto.

Esistono in commercio farmaci omeopatici o prodotti da erboristeria in grado di influire sul sistema producendo un innalzamento delle difese immunitarie, conviene sentire il parere medico prima di ricorrervi, e poi le solite raccomandazioni: stare attenti a sbalzi di temperature, coprire i nostri bimbi bene ma non troppo quando fa freddo ed evitare “sudate”.

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Tornare a casa dopo il parto…consigli pratici per non crollare

Il tuo bambino è arrivato, è andato tutto bene (o quasi) ed eccoti di nuovo a casa.
Hai preparato tutto nei minimi dettagli: decorare la cameretta è stato difficile (e dispendioso) ma tutto sommato sei contenta del risultato, hai una riserva di pannolini per un anno e parenti e amici hanno iniziato a regalarti vestitini da zero mesi a 3 anni, magari durante un divertente Baby Shower Party.
Ma nella vita di tutti i giorni non tutto funziona come dovrebbe, e capita che molte di voi si sentano un pò sole e scombussolate subito dopo la nascita di un bambino, soprattutto nelle prime ore e nei primi giorni.

Che ritmo adottare?
Il ritmo migliore è quello del tuo bambino. Approfitta dei momenti di calma, ad esempio quando dorme, per stenderti un po’: sopravvivrai meglio ai numerosi risvegli notturni e ad eviterai di essere sfinita a fine giornata. Ricorda che prevenire è meglio di curare.

Invece di insistere per allattare il tuo bambino ad ore fisse, dagli da mangiare quando ha fame, vedrai che si saprà regolare da solo. Se invece pensi che allattare tuo figlio in orari stabiliti sia assolutamente necessario, cerca di essere almeno un minimo elastica. Se sfori di 15 minuti non succederà nulla!

Non esagerare
Non dare la caccia ad ogni singolo granello di polvere, il tuo bambino ha bisogno di entrare in contatto con qualche microbo per costituirsi le proprie difese naturali. La tua salute fisica e quella mentale sono molto più importanti delle pulizie e dei piatti da lavare, metti in ordine le tue priorità: non occorre stirare le tutine del tuo bambino e se in casa qualcosa è fuori posto, pazienza !

Nei primi tempi le parole d’ordine sono praticità e semplicità: non vergognarti di fare le cose seduta o distesa, se puoi. Secondo la giornalista Catherine Sandner “si deve instaurare una vera e propria legge del minimo sforzo”. Occuparsi di un neonato è già un lavoro a tempo pieno, non c’è bisogno di aggiungervi altre mansioni inutili. Dimentica lo stereotipo della moglie e madre perfetta (che anche nel resto della tua vita dovresti accantonare!) per concentrarti su come ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo.

Non restare sola
bamibino appena nato
Una volta a casa, la maggior parte delle neo-mamme soffre di solitudine, che è infattila prima causa di depressione post-partum. Cerca in tutti i modi di non restare da sola con il tuo bambino tutto il giorno e non esitare a delegare le incombenze di tutti i giorni a chi ti circonda (partner, famiglia, amici…). È inutile giocare a Wonder-Woman, non puoi fare tutto tu e non è corretto che sia solo tu a pensare alle incombenze quotidiane! Sappi inoltre che esistono numerose associazioni e siti internet in cui le neomamme possono incontrarsi per scambiare le proprie impressioni sulla prova che stanno affrontando.

Ascolta il tuo istinto
Durante la gravidanza hai divorato decine di libri sui neonati ma ciò nonostante a volte non sai come reagire? In questi casi, dimentica tutto quel che hai letto e ascolta cosa ti dice il tuo istinto materno.

Scegli pure due o tre persone a cui confidare le tue paure e le tue angosce, ma non cercare di ascoltare a tutti i consigli di tutti, non farebbero che aumentare i tuoi dubbi. Abbi fiducia nelle tue capacità e sii indulgente con te stessa: le madri perfette non esistono, a tutte capita di fare qualche errore!

Non solo il tuo bambino
L’arrivo di un bimbo monopolizza l’attenzione e sconvolge tutte le abitudini di una famiglia, ma non per questo devi trascurare chi ti sta attorno!

Per evitare che il tuo uomo si senta trascurato e abbia l’impressione che ormai per te conta solo il vostro bambino, cerca di riservarti dei momenti di intimità sola con lui.
Pensa anche ai tuoi amici, che non sono là esclusivamente per aiutarti! Non parlare solo di tuo figlio ma cerca di trovare anche altri argomenti di conversazione, soprattutto se i tuoi amici non hanno (ancora) avuto dei bambini.

Ma soprattutto non dimenticare di ritagliarti un po’ di tempo per te! Cerca di conservare le abitudini che avevi “prima”: andare dal parrucchiere o comprare un vestito nuovo sono alcuni dei piccoli piaceri che ti permettono di ricordare che sei una donna, non solo una madre.

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Parto: è arrivato il momento? I segnali che ci fanno capire che la gravidanza è ormai agli sgoccioli.

Ultimi giorni prima del parto. Viene naturale, alla futura mamma, di osservare con ancora più attenzione ogni sensazione, ogni minimo cambiamento del corpo… Potrebbero essere messaggi di ciò che sta per accadere?

Quando manca una settimana o poco più…
Può capitare, nelle ore serali (tra le 21 e le 23) o notturne (verso le 4), di percepire delle contrazioni. Regolari, fastidiose ma non dolorose, durano circa un’oretta, poi tutto si ferma. È l’utero che sta facendo le prove generali: nel giro di 7-10 giorni potrebbe innescarsi il travaglio vero e proprio.
Un altro segnale, questa volta tipicamente mattutino, è dato dall’aumento delle secrezioni mucose e liquide del canale vaginale. La quantità è minima e non si può confondere con la rottura del sacco amniotico, ma è sufficiente a far avvertire una sensazione di bagnato sugli slip.
Caratteristica degli ultimi giorni, è la sensazione che la pancia si sia abbassata. E non solo perché lo dicono gli altri anche se, è vero, la percezione dell’abbassamento si può avere anche dall’esterno. La futura mamma si accorge di respirare, mangiare e digerire meglio, senza avvertire alcun peso sullo stomaco. Paradossalmente, nonostante la dimensione del pancione, si sente più leggera.
Anche un intestino all’improvviso più regolare (magari dopo che si è sofferto di stipsi per tutti i nove mesi!) e la sensazione di un senso di peso, di qualcosa che “tira” verso il basso sono segnali classici che la gravidanza è ormai agli sgoccioli.
È scattata l’ora X!
Come si annuncerà, invece, l’inizio del travaglio vero e proprio? A un certo punto, le “solite” contrazioni, anziché fermarsi dopo un po’, proseguono: la loro durata è di circa 30-40 secondi e da fastidiose si fanno leggermente dolorose. L’intervallo tra una e l’altra non è uguale per tutte: possono essere molto ravvicinate, ma presentarsi anche a una certa distanza. Seguono, però, un loro ritmo. È il segnale che qualcosa si è messo in moto: inizia la fase di pre-travaglio o prodromica.

La futura mamma potrebbe avvertire un aumento di sudorazione, con vampate improvvise. Qualcuna avverte un leggero senso di nausea; qualcun’altra, al contrario, sente il bisogno di mangiare, soprattutto dolci o carboidrati. Ci può essere anche qualche scarica di diarrea e quindi qualche doloretto addominale.

Ma quanto durerà questa fase? Per il primo figlio, in genere trascorrono circa 12 ore prima che si inneschi il travaglio attivo. A quel punto, le contrazioni diventeranno decisamente dolorose e di maggiore durata (50-60 secondi). La futura mamma avrà la netta sensazione che qualcosa è cambiato: è un vero e proprio voltare pagina.

Quando si perdono le acque
In circa il 20 per cento delle donne, invece, è la rottura del sacco amniotico ad annunciare l’inizio del travaglio. Si può avvertire un movimento un po’ più forte del bambino, oppure un rumore interno: alcune mamme riferiscono di aver sentito un “toc” all’improvviso”. A quel punto si ha la fuoriuscita di liquido, caldo ed abbondante, almeno la quantità di un bicchiere, con un odore piuttosto caratteristico, acre.

Altre sensazioni?
Possono venire immediatamente dei brividi per la perdita di calore. Dal punto di vista psicologico, l’impatto emotivo è decisamente più forte rispetto alle contrazioni e può capitare di avere voglia di piangere.

Quando si innescherà il travaglio attivo?
In genere entro 12 ore, in alcuni casi entro 24. Il suggerimento è di mettere un assorbente o, ancora meglio, un fazzoletto bianco grande, ripiegato: sarà più facile tenere sotto controllo il colore del liquido. È importante, infatti, che questo si mantenga trasparente, tutt’al più, un po’ rosato. Un liquido “tinto”, che tende al marrone o al verde, segnala la presenza di meconio, le prime feci del neonato e, se non è ancora un segnale di sofferenza fetale, potrebbe diventarlo. Il rischio che il bambino resti all’asciutto non c’è, perché il liquido si riforma continuamente. Una buona cosa, comunque, se ci si sente, è bere molto, per favorire il reintegro di liquidi.

Che tipo di parto bisogna aspettarsi?
Può darsi che il travaglio assuma un ritmo un po’ più incalzante (il liquido amniotico contiene le prostaglandine, sostanze che stimolano le contrazioni), ma non è detto. Molto dipende anche dallo stato emotivo della donna: se è tesa o spaventata le contrazioni faranno più fatica a innescarsi. Ma spesso sono gli altri a creare tensione: il ricovero preventivo per esempio, le paure del papà, i “non si sa mai”. È importante che non si consideri né la fase dei prodromi né la rottura del sacco come un inconveniente: ogni donna inizia nel suo modo del tutto particolare, cosi come il suo corpo e il suo bambino decidono.

Perché succede spesso di notte?
Sia l’innescarsi delle contrazioni sia la rottura del sacco amniotico avvengono spesso nelle ore notturne. Non si tratta di un caso. Entrambi i fenomeni dipendono dalla maggiore produzione di ossitocina, che è un ormone notturno: è più probabile, quindi, che si attivi quando la futura mamma è rilassata: la sera, la notte, o la mattina presto.

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Piccoli problemi Dalla cicatrizzazione dell’ombelico alle coliche, i disturbi del neonato nei primi mesi.

L’OMBLICO
Alla nascita, il cordone ombelicale che univa la mamma al bambino durante la gestazione viene reciso e ne rimane una specie di moncone che, tra il 7° e il 14° giorno di vita, tende a essiccarsi naturalmente e a cadere.
Per accelerare questo processo ed evitare infezioni, nei primi giorni, medicate il moncone utilizzando delle garze sterili imbevute con qualche goccia di disinfettante che accelera il processo di essiccamento togliendo l’umidità.
Sostenete la parte libera del moncone e tamponate in modo uniforme la base dello stesso. Quindi, sempre utilizzando garze sterili, avvolgete tutto il moncone compiendo più giri e fissate la medicazione alla cute servendovi di una retina tubolare.
Ripetete la medicazione dopo ogni cambio del pannolino e, comunque, ogni volta che questa si bagna con la pipì.
Dopo la caduta del moncone, continuate a medicare la piccola ferita con garze sterili e acqua ossigenata ancora per una decina di giorni.
Se il piccolo piange, non preoccupatevi: quello che prova non è dolore ma una specie di fastidio provocato dalla sensazione di freddo causata dal contatto del disinfettante con la cute. Non vi preoccupate se il cordone si scurisce: fa parte del processo naturale di mummificazione.

Consultate il pediatra se:
Notate tracce di sangue o di pus (colore giallo-verdastro) sulla garza.
La pelle intorno all’ombelico è particolarmente arrossata o presenta piccole vescicole rossastre.
C’è un rigonfiamento dell’ombelico che aumenta quando il piccolo piange o tossisce. Si tratta, in questo caso, di un’ernia ombelicale, che tende comunque a guarire da sola senza alcun trattamento.
COLICHE GASSOSE
Le coliche gassose sono un fenomeno molto diffuso nei neonati, soprattutto durante i primi mesi di vita, e tendono a scomparire naturalmente già intorno al terzo/quarto mese.
Per questo motivo, e proprio per la frequenza con cui le coliche colpiscono i neonati, non occorre minimante preoccuparsi.
Bisogna, invece, imparare a riconoscerne la presenza, che si manifesta attraverso il pianto apparentemente inconsolabile del piccolo, e capire cosa è meglio fare per alleviare il suo dolore, ricordando, però, che ogni bambino è diverso da un altro e che non sempre ciò che va bene per l’uno può andar bene anche per l’altro:
Un rimedio spesso utilizzato è quello di dar da bere al bimbo un infuso di tiglio e finocchio che potrà poppare direttamente dal biberon.
Provate a praticare un massaggio delicato sul pancino del bambino in modo da favorire la fuoriuscita dell’aria praticando una leggera pressione sull’addome.
Stendete il neonato sulle vostre gambe a pancia sotto massaggiandolo delicatamente sulla schiena oppure, dopo la poppata, prendetelo in braccio in posizione prona sostenendo l’addome con la mano.
Quando lo mettete a nanna, sistemate il piccolo nel suo lettino o nella culla girandolo su un fianco.
Consultate il pediatra se:
le coliche non passassero perché potrebbe dipendere da un problema di allattamento (il bimbo ingurgita troppa aria durante la poppata) o, se allattato al seno, dalla vostra alimentazione.

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Il mughetto del lattante: conoscerlo e curarlo

Piccole chiazze bianche sulla lingua e nella bocca: così si manifesta questa infezione dei neonati. I consigli del pediatra per prevenire il pericolo ed evitare la perdita di appetito. Il mughetto, è un’infezione micotica della bocca causata dal fungo Candida albicans, lo stesso che provoca la dermatite da pannolino e la candidosi vaginale. Si osserva…

Che cos’è il mughetto del lattante?

Piccole chiazze bianche sulla lingua e nella bocca: così si manifesta questa infezione dei neonati. I consigli del pediatra per prevenire il pericolo ed evitare la perdita di appetito.

Il mughetto, è un’infezione micotica della bocca causata dal fungo Candida albicans, lo stesso che provoca la dermatite da pannolino e la candidosi vaginale. Si osserva di solito nei bambini di età inferiore ai sei mesi, mentre in quelli più grandi è molto meno frequente e può indicare la presenza di un deficit immunitario.

Come si riconosce
Questa micosi è caratterizzata dalla presenza di chiazze biancastre leggermente rilevate, di aspetto caseoso ricordano il latte cagliato, che tendono a distaccarsi in lembi, che ricoprono in tutto o in parte la lingua, le gengive, l’interno delle guance e, talvolta, le labbra. L’asportazione di tali placche può essere difficoltosa e se rimosse mettono in evidenza una mucosa sottostante infiammata che può sanguinare. La patina di caglio di latte che i lattanti hanno sulla lingua assomiglia al mughetto, ma, a differenza di questo, si può asportare facilmente senza lasciare un’area infiammata.

Come si cura
Il mughetto di solito guarisce da solo, ma deve essere ugualmente trattato per evitare un’infezione che può essere di lunga durata o cronica. Il bambino è affetto da questa malattia potrebbe perdere l’appetito perché ingerire il cibo diventa faticoso. Quando il dolore, dovuto all’infezione impedisce anche l’assunzione di liquidi, si rende necessario un trattamento antimicotico specifico perché una scarsa alimentazione può compromettere l’idratazione e il soddisfacimento dei fabbisogni nutrizionali. Quando alla sintomatologia locale del mughetto sono presenti anche: febbre, tosse o disturbi gastrici, è necessario che il bambino venga visitato dal pediatra. Questi possono essere i segni di una compromissione del sistema immunitario.
I farmaci più comunemente prescritti per il mughetto sono gli antimicotici in forma liquida che devono essere presi più volte al giorno fino alla scomparsa dell’infezion, esistono anche degli antimicotici in gel. Per intervenire localmente si può instillare la medicina con un contagocce se liquida o direttamente in bocca se gel più volte al giorno. Se il bambino è alimentato al biberon e deve assumere degli antibiotici, è bene aggiungere al latte di formula del lactobacillus bifidus.
Il lattante che presenta un Candida nel tratto gastro-intestinale sia che abbia i sintomi del mughetto in bocca o meno può presentare una micosi cutanea nella zona intorno ai genitali e intorno all’ano come conseguenza di un eritema da pannolino in quanto il fungo si insedia più facilmente nella pelle irritata. In questo caso è bene trattare la micosi cutanea nella regione del pannolino con una crema antimicotica ed associare anche uno degli antimicotici liquidi o in gel descritti prima per bonificare dalla bocca il tratto gastrointestinale dalla candida..

L’importanza della prevenzione
La prevenzione è l’arma migliore contro il mughetto ed è, quindi, importante non sottostimare la pulizia. Una donna che allatta dovrebbe evitare che i capezzoli restino a lungo umidi mantenendoli asciutti e lasciandoli per un poco esposti all’aria. Se è necessario pulirli, usare solo acqua. Talvolta i lattanti alimentati al biberon contraggono il mughetto attraverso tettarelle o succhiotti puliti in modo inadeguato o caduti per terra. Per evitare ciò tenete sempre a disposizione un’ampia scorta di tettarelle, succhiotti e giochi per la dentizione puliti. Quando questi oggetti cadono, prima di riutilizzarli, è necessario, almeno, lavarli bene sotto l’acqua corrente.

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