Pillole quotidiane

INCLUSIONE

La crescente diversità culturale della popolazione minorile italiana ha supposto per le istituzioni scolastiche un ripensamento strutturale. Nel tempo si è venuto a creare un vero e proprio modello educativo italiano, della pedagogia interculturale, erede di una tradizione educativa inclusiva che valorizza la convivenza e l’accoglienza di varie forme di diversità

L’educazione inclusiva: è un processo di rafforzamento della capacità del sistema educativo di raggiungere tutti i discenti… Come un principio globale, dovrebbe guidare tutte le politiche e le pratiche educative, partendo dal fatto che l’educazione è un diritto umano fondamentale e la base per una società più giusta e uguale (UNESCO, 2009).

In questi vent’anni l’immigrazione ha cambiato la scuola, ma è anche vero il contrario, e cioè che anche la scuola ha cambiato l’immigrazione e i soggetti che la compongono, i quali, grazie alla scuola, sono diventati un po’ più “di casa”. Attraverso l’analisi del lessico utilizzato nel tempo nelle esperienze e nei progetti relativi all’inserimento scolastico degli alunni stranieri, si possono ripercorrere i cambiamenti di questi anni: agli esordi venivano usati soprattutto i termini di “accoglienza e inserimento” ; più tardi le parole “integrazione e intercultura” sono state le più citate; ora è giunto il tempo dell’inclusione. Nella recente c.m. 2/2010 si legge infatti : “Sono questi i presupposti e i requisiti irrinunciabili che consentono di coniugare efficacemente l’obiettivo della massima inclusione con quello di un’offerta formativa qualitativamente valida , che tenga conto delle situazioni di partenza e delle necessità di ciascun alunno” .

Con il tempo , il numero degli alunni stranieri è andato aumentando di anno in anno e l’attenzione si è indirizzata soprattutto alle misure e agli interventi a carattere “compensatorio”: l’insegnamento dell’italiano , la mediazione linguistico -culturale , la rilevazione delle competenze e delle biografie scolastiche e linguistiche in ingresso , le modalità di valutazione …. E’ questa la fase in cui oggi si trova la maggior parte delle scuole e che prevede come destinatari e oggetto delle azioni gli alunni stranieri e le loro carenze . In questa direzione , molti passi avanti, fortunatamente, sono stati compiuti e gli insegnanti possono attualmente contare su: protocolli di accoglienza , materiali didattici variegati , esempi di programmazioni , testi di studio semplificati e più accessibili dal punto di vista linguistico , maggiore competenza e più densi scambi professionali anche a distanza .Si può iniziare a parlare di fase dell’inclusione in cui si possano coniugare le due finalità : da un lato , diffondere e portare a sistema le pratiche e i dispositivi efficaci di integrazione sperimentati e , dall’altro , imparare e insegnare a vivere insieme , uguali e diversi , in pari dignità . Cittadini di uno stesso Paese.

Le definizione dei minori, non originari, che vengono date nei diversi paesi sono sfumature di uno stesso colore in quanto alunni stranieri o di cittadinanza non italiana (Italia , Spagna , Germania ) , per giungere al loro riconoscimento come appartenenti a gruppi etnici e a minoranze (USA, Gran Bretagna , Olanda) , o ,ancora, al loro essere cittadini a pieno titolo , pur se di origine immigrata o straniera (Francia) . I criteri e le logiche che agiscono sullo sfondo e che indirizzano verso l’una o l’altra definizione trovano la loro espressione nell’enfasi che esse pongono su aspetti diversi politici, giuridici. In Francia , ad esempio si usa spesso il termine ENAF (élèves nouveaux arrivés en France ) , mentre in Gran Bretagna , il piano che li riguarda è denominato NAEP (New Arrivals Excellence Programme) . Almeno cinque sono le criticità per in minori in arrivo, che si presentano e che si sono già rese evidenti : le difficoltà di ingresso nella scuola; il ritardo scolastico inteso come l’inserimento in una classe non corrispondente all’età anagrafica , cumulando così un ritardo scolastico , rispetto ai coetanei , di uno , due o più anni ; l’insuccesso scolastico;la prosecuzione degli studi, una parte consistente degli alunni stranieri ha difficoltà a proseguire gli studi dopo la secondaria di primo grado ; la competenza in italiano (nella lingua locale) seconda lingua. Se l’acquisizione dell’italiano per comunicare avviene in tempi relativamente brevi – grazie anche ai contatti numerosi e densi con i pari a scuola e nel tempo libero (socializzazione) – l’apprendimento della lingua veicolare richiede tempi lunghi , modalità didattiche protratte di facilitazione e semplificazione,materiali didattici efficaci. Dispositivi ,capacità e risorse di cui spesso le scuole non hanno la disponibilità per cui si struttura una sorta di sfiducia, di disinvestimento che ostacolano l’inclusione.

Sono dieci le possibili azioni che possono essere intraprese per rendere il percorso di adattamento funzionale, distinte a loro volta in tre categorie: azioni di sistema , azioni di integrazione , azioni di inclusione interculturale . Azioni di sistema 1-raccolta e analisi puntuale dei dati (in particolare , riferite agli alunni ricongiunti ); 2-accordi tra le scuole di una stessa zona o città e alleanze/protocolli territoriali per la gestione condivisa e coordinata delle iscrizioni e dei flussi degli alunni neoarrivati e per la concertazione delle azioni ; 3-disponibilità e diffusione di documentazione specifica e di strumenti mirati (materiali plurilingui , materiali didattici , testi mirati , progetti significativi, documenti sul tema ecc…. ) , accessibili anche on-line , a disposizione degli insegnanti e degli operatori ; 4-realizzazione di percorsi di formazione e di aggiornamento , mirati e di qualità – in presenza e/o a distanza – che mettano in grado le scuole e i servizi di lavorare con efficacia nei contesti e nelle classi multiculturali .

Azioni di integrazione 1-diffusione di materiali e strumenti informativi (protocollo di accoglienza , opuscoli , materiali plurilingui …) e utilizzo di mediatori linguistico-culturali ) per facilitare la fase di accoglienza e di primo inserimento degli alunni neoarrivati e l’informazione e il coinvolgimento delle famiglie straniere ; 2-realizzazione di dispositivi efficaci per l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua agli alunni poco o non italofoni , sia per gli scopi comunicativi , che per quelli legati allo studio . Azioni destinate , in maniera particolare , agli alunni neoarrivati che possiamo conteggiare soprattutto fra coloro che vengono inseriti a scuola negli ultimi due anni (vedi progetto ministeriale di italiano L2 in “Scuole aperte” ) ; 3-dispositivi mirati ed efficaci di orientamento e di indirizzo alla prosecuzione degli studi , sia per coloro che devono scegliere il percorso formativo alla fine della scuola secondaria di primo grado , sia per coloro che arrivano in Italia a 14 anni e oltre . Azioni di inclusione interculturale 1-diffusione di materiali e realizzazione di azioni positive per la valorizzazione e il riconoscimento delle competenze pregresse degli alunni stranieri , della conoscenza delle lingue d’origine e delle forme molteplici di bilinguismo (materiali bilingui ; corsi di lingua d’origine ..) ; 2-azioni di educazione interculturale per tutti gli alunni , al fine di prevenire e combattere stereotipi e pregiudizi reciproci , riconoscere le analogie e le differenze nelle diverse culture , scambiare saperi e conoscenze , insegnare il rispetto e l’apertura nel confronto degli altri , con un’attenzione quindi alla dimensione cognitiva e a quella affettiva e relazionale ; 3- elaborazione e promozione di un percorso innovativo di cittadinanza e di inclusione ,che tenga conto delle trasformazioni avvenute nelle comunità e nelle scuole e che insegni a diventare cittadini in contesti di pluralismo culturale , anche attraverso: i comuni diritti e doveri di cittadinanza , la conoscenza della Costituzione , la chiarezza sui vincoli e le opportunità , la consapevolezza delle rappresentazioni che si sedimentano e agiscono sullo sfondo , il reciproco riconoscimento . Coniugare l’unità e la diversità. La riuscita scolastica, o viceversa l’insuccesso , non sono mai solo il risultato di un rapporto individuale , fra alunno e disciplina e di una sola causa , ma di relazioni complesse che si producono in un determinato contesto .Docenti e dirigenti , famiglie e curricoli , socialità fra pari e pratiche di valutazione , stili di leadership e stili di apprendimento : sono tutti fattori che concorrono a determinare percorsi di riuscita o viceversa , fallimenti e abbandoni.

Alla scuola diventata multiculturale spetta il compito di porre in relazione e di mediare esperienze differenti , eterogenee , condotte altrove , che chiedono di essere conosciute e riconosciute , messe in comune e scambiate . Ai dirigenti scolastici e agli insegnanti sono dunque richieste capacità professionali nuove o da affinare , che consentano di ricomporre e far dialogare le differenze , di pensare insieme l’unità con la diversità , proponendo orizzonti comuni , pur nella singolarità del percorso di sviluppo e delle visioni del mondo . Il reciproco riconoscimento, la promozione di collaborazioni possibili, gli aspetti positivi di crescita, confronto, accoglienza, rispetto principi che dovrebbero essere di dominio globale, dalla cittadinanza, alle famiglie, al territorio, agli agenti di aggregazione… ma degli stessi stranieri che nell’inclusione dovrebbero lasciarsi trascinare dentro eliminando resistenze accettando il territorio adattandolo al proprio essere.

Per “straniero” potremmo intendere tutto ciò che è diverso da noi, “strano”…”estraneo” per cui i principi sopra descritti dovrebbero essere estesi ad ogni forma di diversità che in prima battuta è ricchezza per ognuno.

Diversità di cultura, diversità di competenze, di genere, tutte da accogliere, includere ognuna per le proprie particolarità che accrescono chi le incontra e le raccoglie come frutti preziosi. Iniziamo da noi, partiamo dalle nostre diversità… accettiamole, rendiamole tesori, potenzialità così da apprezzare tutte quelle che ci circondano a vario titolo. Chi non è diverso?

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I FIGLI E LA SEPARAZIONE

La disgregazione del nucleo familiare sembra costituire per un figlio un evento disturbante. Presupponendo infatti che, per uno sviluppo armonico della propria personalità ogni figlio, soprattutto se è piccolo, abbia bisogno della presenza di entrambe le figure genitoriali, gli risulterà difficile, se ha vissuto con entrambi, vivere l’esperienza della separazione e, ancor prima, il conflitto familiare.

Logicamente non si può considerare tale evento come un processo di automatismo e ritenere, quindi, i figli delle coppie separate, potenziali soggetti a rischio.
Per il bambino, specie se molto piccolo, risulta sempre difficile distinguere le relazioni che intercorrono tra lui e i genitori e le relazioni intercorrenti tra i genitori stessi: se si modificano queste ultime, il bambino è portato a ritenere che si siano modificate anche le prime. Egli, inoltre, non sempre possiede quegli strumenti cognitivi sufficienti per elaborare la “perdita” di uno dei genitori e per comprendere le cause reali delle difficoltà familiari. E’, invece, spesso portato ad attribuirsi la colpa del fallimento dell’unione familiare, quanto meno perché non è stato in grado di farsi amare tanto da impedire la rottura. Vivere l’allontanamento di uno dei genitori come

un abbandono in alcuni casi innesca la paura del verificarsi di altri abbandoni nel ciclo di vita.

Ma non è solo l’evento della separazione ad essere una fonte di stress per il bambino. Infatti, ben prima che venga manifestata verbalmente l’intenzione di porre fine alla convivenza, si verificano all’interno della famiglia tutta una serie di squilibri relazionali e di carenze comunicative: i litigi divengono sempre più frequenti, le incomprensioni si dilatano e ognuno compie i propri arroccamenti difensivi. Il bambino percepisce il clima di disagio che si respira in famiglia, pur senza ben capirne le motivazioni ed il silenzio dei genitori ingigantisce il suo timore, soprattutto se nessuno sente i bisogno di spiegargli, con un linguaggio a lui comprensibile, cosa sta realmente accadendo.

Successivamente, quando la rottura diviene manifesta e le due parti contendenti passano a rinegoziare i complessi rapporti personali e patrimoniali e a ridefinire le proprie posizioni familiari e sociali, anche il bambino deve inevitabilmente affrontarne le conseguenze.
Molto spesso succede che il bambino venga manipolato per ottenere l’affidamento e ciò non solo per affetto materno/paterno, quanto per una sorta di rivalsa: vincere la causa rappresenta l’ottenere il pubblico riconoscimento di genitore e quindi anche di coniuge “adeguato”. Il rapporto genitoriale, così pesantemente contestato, potrebbe risultarne in parte compromesso, perché il bambino tenderà ad assimilare le valutazioni negative espresse dall’altro genitore e sarà indotto a nutrire sentimenti negativi verso chi gli viene rappresentato come colui/colei che lo ha abbandonato.

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Purtroppo succede che il conflitto coniugale si protragga anche dopo la sentenza di separazione e il conseguente affidamento della prole. Il genitore affidatario tenderà ad ostacolare, anziché facilitare, i rapporti del figlio con l’altro genitore. Il non affidatario, da parte sua, reagisce spesso in maniera speculare, cercando di denigrare il genitore affidatario ed approfittando delle necessarie limitazioni che il genitore affidatario impone al bambino per risultare ai suoi occhi come il genitore più liberale e amichevole. Succede anche che il genitore non affidatario, interpreti le eventuali difficoltà relazionali con il figlio, dovute generalmente ad un insufficiente comunicazione e ad un rapporto superficiale con incontri fugaci e/o troppo programmati, come il risultato di un’azione di plagio da parte dell’altro genitore, con conseguente acutizzazione del conflitto.

E il bambino come reagisce a tutto ciò?

Elizabeth Kubler Ross afferma che i sentimenti provati dal bambino, hanno diversi aspetti in comune con quelli vissuti per la morte di una persona cara. Tali sentimenti vanno dal senso di abbandono, alla rabbia, alla frustrazione,in un susseguirsi di cinque stadi:
1° stadio Negazione: Il bambino rifiuta di accettare il divorzio genitoriale e la conseguente

perdita di uno dei genitori, arrivando a negare la realtà della separazione.
2° stadio Rabbia: E’ frequente che i bambini in questo momento particolare della loro vita provino rabbia o ostilità nei confronti di uno o di entrambi i genitori, dei fratelli, delle sorelle, degli amici e persino di loro stessi, ritenendo o ritenendosi la causa del conflitto e/o della separazione.
3° stadio Negoziazione: Alcuni figli, attraverso un cambiamento comportamentale negativo (per esempio il ricatto emotivo) oppure oppositivo (per esempio l’alleanza manipolatoria), cercano di frenare il processo di separazione genitoriale o di posticiparne il distacco.
4° stadio Depressione: Si è rilevato che i bambini immersi in una situazione di separazione coniugale abbiano una probabilità maggiore di sviluppare sentimenti di abbandono, di paura e di dimostrarsi apatici.
5° stadio Accettazione: Con il passare del tempo, gran parte dei bambini sembrano riacquistare una sorta di equilibrio e dimostrano di sentirsi a loro agio nella nuova situazione familiare. Questo avviene se viene data loro la possibilità di risperimentare sentimenti di conferma e di accoglienza affettiva.

I figli non arrivano ad un’accettazione del divorzio dei propri genitori se prima non affrontano ed elaborano le varie fasi del dolore; come gli adulti, essi processano ogni sentimento passo dopo passo fino a che possono controllarlo, passando allo stadio successivo solo quando si sentono pronti. Ciò che è funzionale per i bambini e per i loro genitori è permettersi di soffrire poiché, solo

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in questo modo, è possibile superare il dolore della separazione.
E’ importante dire che i sintomi registrati non possiedono un carattere di specificità, nel senso che risultano correlati:

  • Con l’età dei soggetti: il “timing” o fase evolutiva che il figlio sta attraversando al momento della separazione, è sicuramente determinante tanto nella scelta comportamentale, ovvero nella reazione manifestata rispetto all’evento separativo (ad esempio un bambino di 2-3 anni può manifestare una regressione corporea mentre un preadolescente, può avere una risposta di blocco nella crescita somatica);
  • Con le modalità di gestione della conflittualità genitoriale : Il modo in cui i genitori propongono ai figli la ristrutturazione dei rapporti costituisce un fondamentale elemento per la costruzione di significati rispetto all’esperienza in corso, nonché la base fondante per la costruzione dell’identità nel figlio.

    Conclusioni:

    Dalla panoramica fatta sembra evidente quanto risulti semplicistico parlare di effetti distruttivi della separazione come evento in se. Risulta realisticamente corretto considerare la problematica
    della separazione nel contesto di un vasto mosaico di variabili situazionali e relazionali, tra loro reciprocamente interconnesse. Per una sua piena comprensione diviene, pertanto, utile conoscere e considerare:

  • La storia familiare, cioè il tipo di famiglia, le dinamiche coniugali, quelle tra genitori e figli, la funzionalità dei ruoli assunti all’interno della famiglia da parte dei suoi componenti con i relativi schemi comportamentali;
  • La modificazione della struttura familiare non riducibile alla semplice assenza di uno dei due genitori;
  • La ristrutturazione delle dinamiche familiari;
  • Il tipo di famiglia interiorizzata da parte del figlio;
  • La qualità della relazione di coppia instaurata dopo la separazione;
  • L’esistenza o meno di rapporti stabili e adeguati fra il singolo partner ed il proprio figlio;
  • Le condizioni di salute psico-fisica di entrambi i genitori;
  • L’esistenza e la consistenza di una rete relazionale familiare e/o amicale presente intorno ai

    soggetti coinvolti nella separazione;

  • La valutazione del contesto sociale e culturale nel quale la famiglia, ormai disgregata, vive.

    Dott.ssa Michela Merlo, Psicologa Psicoterapeuta

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I decibel in famiglia: una rivisitazione semi-scientifica

Immagino voi sappiate che l’amigdala è una specifica area nel cervello; i miei figli non lo sapevano, e quindi non sapevano nemmeno che ha una speciale sensibilità e reattività ai suoni. A certi tipi di suono, in particolare.

La cosa interessante è che la reattività consiste nell’attivare un meccanismo antichissimo del funzionamento umano, ovvero mette in allerta per un possibile pericolo imminente.

Ogni volta che dei suoni precisi arrivano all’udito e quindi all’amigdala, scatta dentro di noi l’allarme. Letteralmente. Involontariamente. Immediatamente.

Ora, chiedo scusa a tutti gli studiosi del cervello umano per la mia approssimazione, ma sappiate che ho adattato la spiegazione scientifica per la famiglia. La mia.

I suoni in questione sono quelli che nella mia famiglia produciamo (tutti, indifferentemente, abbondantemente) quando urliamo.

Per farci sentire. Per dire che ci siamo, che abbiamo una nostra opinione, su tutto, e che vogliamo, anzi spesso pretendiamo di essere ascoltati.

Ma qui scatta l’amigdala: perché quando i maschi fanno la voce grossa, o le femmine quella stridula, attivano nell’altro l’allarme “per pericolo imminente”, e quindi tensione e grande stress.

Qualche tempo fa spiegavo questo a tutti, una sera a cena attorno alla tavola; per rafforzare il concetto e renderlo più comprensibile ai maschi, il papà si è sentito in dovere di coniare fulmineo l’efficace neologismo: “scassamigdala”, epiteto da rivolgere a chiunque usi toni allarmanti per il nostro sistema nervoso primitivo.

La cosa ha funzionato per qualche giorno: “non scassarmi l’amigdala” riconduceva immediatamente l’altro ad un atteggiamento più conciliante, perché non poteva non ridere, anche se un istante prima aveva una faccia arcigna.

Poi di nuovo l’urlo ha ripreso la sua placida supremazia.

Qui entra in campo un altro concetto “scientifico” : l’abitudine è un concetto abbastanza scientifico per voi? Si fa proprio fatica a smontare certi schemi consolidati, non importa se risultano onerosi per l’amigdala e per le relazioni famigliari.

Mi sono consolata quando ho ascoltato una intervista al presidente delle Associazioni Famigliari Italiane, il quale riferiva bonariamente e affettuosamente della consuetudine all’urlo in sua moglie, tanto da insospettirlo e preoccuparlo se questo urlo improvvisamente spariva durante la giornata. Ho pensato: noi mamme abbiamo la funzione di tenere allenato il sistema di allerta dei famigliari, ecco perché. Urliamo.

(Notate la tendenza a trovare il buono che c’è. Del resto, un grande neuropsichiatra italiano ha pure scritto il libro “Le mamme non sbagliano mai”. Che mia zia ormai ottantenne ha prontamente ribattezzato: “Le mamme hanno sempre ragione”. Ma non divaghiamo.)

Volevo concludere con questa immagine piuttosto efficace, attribuita a Gandhi (ma siccome l’ho trovata su Facebook non garantisco…!) :

Si urla all’altro quando si hanno i cuori distanti. Avviciniamo i cuori, vedrete che il tono di voce si abbasserà.

E l’amigdala ringrazierà, aggiungo io.

dott.ssa Elena Rovagnati.

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I DONI CHE PREFERISCO

Nel mio immaginario natalizio ci trovate, in ordine sparso:
– la canzone del film “tutti assieme appassionatamente”, quella che, in inglese, parla delle “cose che preferisco” (“my favourite things”);
– le statuine del presepe di mio nonno Antonio: i maiali, in particolare, sono i più venerati perché ultracentenari;
– il racconto della mattina di Natale delle sorelle March, nel famoso “Piccole donne” della Alcott (così capite più o meno quando si colloca cronologicamente la mia infanzia!).
Poi, da quando sono diventata mamma, la lista si è arricchita:
– la carota per le renne e il caffè d’orzo per Babbo Natale fuori dalla porta;
– i regali per i bambini, nascosti a casa di mia mamma fino a notte inoltrata;
– il filmino, tutti assieme, la mattina quando si spacchettano i doni.
Frullate il tutto, assieme ad un pizzico di trascurabile goffaggine e vi si pareranno davanti le seguenti scenette tratte dai ricordi di anno scorso:

La prima, vede come protagonisti la psicologa e i suoi tre figli, andare all’Istituto Medea di Bosisio Parini per raccontare una fiaba ai bambini ricoverati durante le vacanze di Natale.
(Se ravvisate qui quella mia insana tendenza a fare degli innocenti esperimenti coi miei figli, potreste aver ragione).
Ci chiamiamo la Compagnia dell’Angelo. Perché raccontiamo la storia dell’angelo, quello che nel presepe sta proprio sopra la capanna. Avete presente?
I tre figli hanno ruoli ben distribuiti: Federico (lo conoscete già) è il tecnico del suono; Emma (scuola primaria) danza con me gli intermezzi della fiaba; Francesco (medie) ci guarda, tutti, scettico.
E’ il suo ruolo. Gli sta a pennello.
Alla fine della fiaba una mamma mi si avvicina e mi abbraccia: mi porto a casa questo dono. Decisamente il mio preferito.
Emma invece conta le caramelle che ha ricevuto come ricompensa e poi mi chiede se Francesco ne ha ricevute tante quanto lei, pur non avendo contribuito altrettanto allo spettacolo. E’ fatta così, ha un forte senso della giustizia retributiva. Parte, prevedibile, una escalation fulminea di accuse e controaccuse col fratello : per fortuna siamo in macchina già sulla strada del ritorno, non posso sprofondarmi più di tanto nel sedile, sto guidando.

La seconda scenetta: siamo a casa a preparare le ultime cose per la festa, vedo Emma partire in quarta e indaffarata cerca, raccoglie, taglia, dipinge, incolla.
Che stai facendo?
Un regalo per Franci. E un biglietto: “Caro Franci, questo è il mio regalo di Natale per te che sono la tua sorella che ti vuole bene lo stesso anche se tu a volte mi fai proprio arrabbiare”. Riesco a sbirciare.
Vedo anche Franci attivarsi in silenzio e incartare oggetti misteriosi. Evidentemente conosce bene i gusti di sua sorella, perché raccatta, dagli angoli più trascurati della casa, le cose più kitsch che sopravvivono ai miei raid (molto sporadici) di feng-shui dei cassetti.
Federico, col suo aplomb quasi inglese, distribuisce pratici consigli ai fratelli, mentre prepara sommariamente i suoi regali. Per i fratelli.
Cosa ho innescato? Non faceva parte del mio esperimento, la cosa mi è sfuggita di mano!
Li apriranno la mattina di Natale, assieme a quelli che hanno ufficialmente richiesto (non tutti, la lista è stata sfrondata all’osso!).
Ma sono DECISAMENTE i doni che preferisco.
Chissà se anche i miei figli la pensano come me…
BUON NATALE!

 

a cura di Elena Rovagnati

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IL BULLISMO SPIEGATO A MIA FIGLIA

IL BULLISMO SPIEGATO A MIA FIGLIA- di Elena Rovagnati

Sinceramente non pensavo che il tema mi avrebbe toccato personalmente.
Forse è quello che pensano tutti i genitori, che ritengono di mandare i figli in luoghi sufficientemente sani e protetti.
Sì, mi capita di spiegarlo agli altri genitori, cosa fare se tuo figlio è vittima di bullismo, alla primaria. Già sei meno preparata a spiegare il bullismo al femminile, se le femmine in questione hanno sette anni. Perché te lo aspetti meno, anche senza consultare dati statistici.
Comunque è quello che successo a me. O meglio, a mia figlia.
Riassumo qui le fasi che abbiamo attraversato:
la prima, in cui colgo che Emma tiene in modo particolare a diventare amica di una bambina della sua classe.
L’amica in questione è la più “popolare” (ora si dice così) e mia figlia da subito è attirata dalla disinvoltura di questa sua coetanea. La caratteristica in questione è giocata principalmente tra i pari; nel rapporto con l’adulto questa bambina non spicca certo per loquacità o maturità. Però anche io adulto, in mezzo allo stuolo di bambine, prima che entrino in classe, la noto. E’ vero, indubbiamente attira. Capisco che mia figlia desideri, immotivatamente, di diventare sua amica.
Due pensieri mi sfiorano la mente: a sette/otto anni, desideravo ardentemente di essere amica di qualcuno? No. Sento una specie di fitta: credo sia dispiacere per mia figlia, che si trova in una posizione di vulnerabilità, già ora.
L’altro pensiero: questa bambina non mi convince. Non ho un criterio particolarmente scientifico per sostenere questo parere: ma ho imparato a fidarmi di quello che sento, nel senso che è un buon mezzo per orientarmi nel complesso mondo delle relazioni e delle emozioni.
Infatti, ecco la seconda fase: mia figlia inizia a tornare a casa raccontando alcune cattiverie che subisce da parte di questa bambina. Sono cose che possono apparire trascurabili, infatti è proprio questa l’astuzia del “bullo”: riuscire sempre a tenersi una via d’uscita, per negare, rimangiarsi quello che dice o fa di nocivo all’altro. Scusate: in questa fase, come mamma (anche se psicologa!) non posso empatizzare con la bulletta, la quale critica chiunque le stia vicino e impartisce ordini, del tipo “che brutto disegno che hai fatto” , “colorami il mio”, “sbrigati a darmi la tua penna, che lenta che sei!” e anche l’umiliantissima frase “stai un po’ lontana che ti puzzano i capelli”.
Fortunatamente Emma è abituata a raccontarmi tutto, anche cose spiacevoli, dolorose: infatti piange, mentre mi dice queste cose. La abbraccio e la conforto, poi lei mi chiede cosa fare. Sono del parere che si debba stare lontani, se si può, da questi soggetti distruttivi: per salvare l’autostima!
Ma Emma non vuole stare lontana, è contenta di avere l’amicizia di questa compagna: vorrebbe solo che la smettesse di farla stare male così.
Ora non ripeterò tutto ciò che ho detto a mia figlia a proposito di cosa fare con la compagna, perché non sono propriamente i consigli che mi ritrovo a dare ai genitori col mio stesso problema…! Infatti Emma mi dice “mamma, ma tu dici sempre di essere gentile con gli altri!”
Hai ragione, cucciola mia: ma è importante riuscire a trovare un modo per far capire alla tua amica che non è così, non è questa, l’amicizia!
Piccolo inciso: non ho mai pensato di parlare alla maestra o peggio, alla mamma di questa bambina. Ho scelto la strada più lunga, ovvero trovare assieme a mia figlia parole e piccole strategie che la aiutassero a superare il problema.
Nel periodo in cui cerchiamo assieme di capire queste cose, la sera prima di dormire è il momento più indicato: mesi e mesi così, a parlare di “quella là”, come si lamentano i fratelli esasperati. Che, tra l’altro, vorrebbero risolvere la questione in modi più rudi e sbrigativi, non so se mi spiego.
Quando insegno ai corsi di formazione sulla comunicazione, la funzione della “repetition”, dico proprio: “finché un argomento non è stato elaborato a sufficienza dal punto di vista emotivo, saranno necessarie più narrazioni dello stesso”. Appunto. Confermo, anche per esperienza personale.

Ora siamo arrivati alla fase in cui Emma ha finalmente capito molto bene che non vuole, né tantomeno si “merita” una amica che la tratta così male: interiorizzato questo, ha trovato anche dei suoi modi, per non ferire l’altra ma anche per non lasciarsi ferire.
Questa sua ostinazione nel non voler seguire la strada dell’”occhio per occhio” (quella suggerita dai fratelli) mi ha molto colpito: perché è un successo tutto suo, un tratto che le appartiene e… che non so da chi di noi abbia preso!!!

di Elena Rovagnati

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Armonia di coppia, tra genitori in funzione dell’educazione dei figli.

“Francesca è una donna giovane, lavoratrice e madre di due bambini; Luca, il marito, un libero professionista, orgoglioso del suo lavoro e della sua famiglia. I due tuttavia litigano spesso. L’ultimo litigio si innesca per un nuovo e costoso giocattolo che Francesca ha acquistato per i figli, giocattolo che desideravano da tanto. Il marito l’accusa di spendere troppo, per se e per i bambini. Lei ribatte che lui non bada a spese per i suoi hobby, la palestra,bicicletta. La discussione si protrae per diversi minuti, finché Luca non esplode dicendo: “Sei sprecona, poco ragionevole, impulsiva come tua madre e così diventeranno i bambini”. Si alza dalla poltrona e borbottando, se ne va in un’altra stanza, ritirandosi in un mutismo irritante.”
Uno studio dell’Oregon State University ha confermato che “la rabbia dei genitori rende i bimbi a loro volta aggressivi e inclini a reagire sopra le righe”.
La cosa fondamentale… ciò che serve a prescindere è la cura di se stessi, del rapporto di coppia . Prendersi cura del io e te, farà in modo che possiate prendervi amorevolmente cura del frutto del vostro incontro, amore. Il rapporto equilibrato tra te e il/la tuo/tu a partner aiuta moltissimo tuo figlio e sostiene anche te nel difficile mestiere di genitore: ricordalo sempre, e trova, ritaglia tempo ed energie per coltivarlo! Ed ancora impariamo a litigare… risolvere i conflitti in maniera evolutiva/positiva ci e aiuta i nostri figli a crescere in maniera armoniosa.
Entrando nel vivo dell’argomento…
Per armonia di coppia non intendiamo una dimensione priva di scontri o una sorta di oasi felice, ma uno “ spazio noi ” in cui si accettano le diversità dell’altro, si accoglie il confronto e si esprime il disaccordo come un momento di “in-contro”, non di scontro,affinché  il conflitto diventi costruttivo e la conflittualità di coppia si trasformi in un’opportunità di crescita reciproca, di riflessione e di conoscenza.
In realtà la capacità di gestire il conflitto all’interno di una relazione di coppia consiste proprio nella possibilità di passare alternativamente e senza essere giudicanti, tra le due posizioni assunte nella partita che si disputa sul tavolo da gioco della relazione, ovvero la posizione “IN” (con te, insieme, uniti) e quella “CONTRO” (come espressione di distacco, disapprovazione, divisione che non equivale però a rifiuto o disconferma) allo scopo di creare veramente  un momento di dialogo costruttivo ovvero l’ “IN-CONTRO”.
Come nell’esempio in apertura una coppia amorosa, nel progetto di vita in comune prevede dei figli e qualora questo progetto si concretizzasse la coppia amorosa di partenza assume una nuova dimensione quella di coppia genitoriale cambiano le dinamiche relazionali, i tempi, le abitudini si ha bisogno di un riassetto e soprattutto si dovrebbe iniziare ad avere un pensiero “multiplo” per noi insieme io e te e per noi insieme genitori di…
La coppia di genitori spesso confligge per questioni inerenti a:il sostentamento e sviluppo della famiglia (aspetti economici), l’educazione dei figli, l’intesa sessuale, crescita personale, la percezione che l’altro non rispetti o non permetta che il partner abbia dei propri spazi individuali,la sensazione di non ricevere il sostegno del partner quando si viene attaccati da altre persone,l’impressione che l’ intimità non sia qualitativamente o quantitativamente soddisfacente, rapporto con famiglie di origine…
Queste controversie se non affrontate volta per volta ed in maniera costruttiva, vanno ad inserirsi pian paino nella quotidianità insinuandosi in maniera sempre più prepotente in situazioni apparentemente leggere, come sul: cosa si mangia sta sera? Il non detto, rimane a fermentare ed al minimo screzio, <<io vorrei il minestrone, ma no io preferisco la cotoletta>> viene ripescato e la pentola a pressione scoppia. Il conflitto si accende andando oltre, magari in presenza dei figli o comunque con loro che ascoltano anche da lontano il litigio.
I genitori solitamente ignari della difficoltà a cui espongono i propri figli intraprendono questa lotta a chi la spunterà, a volte, anche per dimostrare al figlio stesso chi “comanda”.
Ed ecco nuovamente tornare la parola conflitto, il nemico numero uno per l’educazione dei figli e la loro crescita armoniosa, serena funzionale, a meno che dal conflitto non si riesca a trarre il meglio, la forza della pace, del saper trovare una soluzione, del comunicare positivamente, del tornare a sorridere dopo aver avuto un momento di scontro,.
Il conflitto ha diverse sfaccettature conoscerle ci aiuta ad evitare tutto ciò che di negativo va a ripercuotersi sui figli.
Una tra tante è quella di far sentire i bambini non al sicuro, minacciati in quanto si attivano meccanismi di conservazione che portano a pensare ad un allontanamento dal genitore che a sua volta appunto fa percepire la paura di non poter sopravvivere in quanto non protetti questo perché agli occhi del figlio viene a mancare ciò che Bowlby chiama la vicinanza protettiva.
Se i genitori sono occupati a litigare, a scontrarsi non si accorgono delle richieste affettive, dei bisogni, degli stati d’animo di chi ha necessità di essere guidato, sostenuto per crescere tutto perché mentre si confligge ci si dimentica dei propri figli.
I possibili disagi che possono insorgere nel minore rispetto ad un conflitto fronteggiato negativamente sono: insicurezza, bassa autostima, rabbia, ripercussioni negli apprendimenti, tristezza di fondo… Altro aspetto, in situazioni di divergenza ed inasprimento dei rapporti nella coppia, è la poca o assente coerenza educativa nel gestire quelli che sono i compiti genitoriali. Il figlio si trova in balia di, spesso, contraddittorie comunicazioni, indicazioni sui valori, sul modo di affrontare le situazioni, sulle regole ed i limiti tutto questo inizialmente ha come conseguenza confusione, disorientamento fino a giungere ad una dinamica figli/genitore di triangolazione dove il fraintendimento fa da principe mentre l’armonia viene relegata nelle più profonde prigioni. Si smette di comunicare.
Va sottolineato che il conflitto è connaturale nelle relazioni, non va demonizzato, ed in origine è neutro né buono, né cattivo la chiave di volta sta nello stile di fronteggiamento.
Quello disfunzionale, negativo è quello negato, evitato, silente che ha come conseguenza la violenza, l’incoerenza, l’altra faccia della medaglia ci consegna un aspetto del tutto positivo, evolutivo che vede il conflitto come il prodotto non come la causa, di conseguenza perde la valenza di problema che rimane fine a se stesso e va affrontato.
Il COME fa la differenza, ed in questo rientra ciò che si apprende in famiglia in quanto luogo delle prime esperienze sociali, luogo di apprendimento del bene e del male, dei limiti. In questo aspetto del tutto educativo, la famiglia, insieme alle figure di supporto, diventa il luogo principe per un’educazione al conflitto evolutivo. Tirare fuori in primis gli adulti per poi veicolare ai più piccoli il meglio, le risorse che ognuno di noi possiede affinché si affronti costruttivamente la criticità traendo insegnamenti volti alla crescita. Lo stile di fronteggiamento può essere appreso, migliorato, modificato.
Al di là dello stile utilizzato, un conflitto viene negoziato efficacemente quando porta ad un accordo ragionevole soddisfacendo i bisogni e le richieste di tutti, quando è applicabile a lungo termine e tende a migliorare la relazione. Affrontando in maniera evolutiva un conflitto la coppia genitoriale insegna ai propri figli a vivere in armonia a non aver paura di esporre le proprie idee, ad essere aperti alle opinioni degli altri, al confronto alla ricerca di soluzioni, compromessi costruttivi ai fine della conservazione, dell’ampliamento delle relazioni.
E qui mi sento di sferrare una freccia anche a favore dei genitori separati, la gestione del conflitto, il suo fronteggiamento è questione aperta e fondamentale per non perdere di vista il bene più prezioso, frutto dell’essere stati un tempo coppia amorosa, i vostri figli.
Spesso non è semplice litigare e per questo a vostro sostegno esiste uno strumento formidabile la mediazione familiare, percorso di crescita educativa ed acquisizione di un nuovo modo di comunicare ed affrontare i conflitti da genitori per i figli per dare a loro nuove opportunità in crescita evitando per giunta gli inasprimenti giuridici, di sfondo legale, che allontanano dall’essere, dalle emozioni, dal rispetto.
In conclusione preservare il rapporto di fiducia, la funzione educativa, riconoscendosi come co-costrutturi del proprio ed altrui futuro ed imparare a litigare. Privilegiare atteggiamenti che esprimono conferma verso l’altro, comportamenti riparatori dopo le discussioni, gesti che evocano affettività e intimità. Il rapporto ha la possibilità di rifiorire, tornando ad innaffiarlo e a prendersene cura come un fiore delicato di cui si ricerca ancora il profumo. Le coppie stabili e affiatate, gestiscono i propri litigi accompagnandoli con scuse, umorismo o gesti che rinsaldano l’armonia.
Da evitare con cura:
1)la critica generalizzata che investe ogni azione fatta dall’altro

2) il mettersi sulla difensiva ogni volta che l’altro fa un’osservazione e questo atteggiamento porta a negare ogni responsabilità nelle situazioni

3) il disprezzo verso quanto dice o fa l’altro, espresso attraverso sarcasmo,derisione, scherno

4) il muro di gomma, ovvero il “finto sordo” che reagisce con indifferenza alle obiezioni mosse dal partner. (J. Gottman)
“Un rapporto di coppia è come un giardino, per crescere rigoglioso deve essere annaffiato regolarmente.
Ha bisogno di cure particolari a seconda della stagione e del clima.
Bisogna deporre i semi ed estirpare le erbacce.
In modo analogo, per mantenere viva la magia dell’amore è necessario che ne comprendiamo le stagioni e dedichiamo cure adeguate alle speciali necessità dell’amore stesso.” John Gray

Così allo stesso modo ci si prenderà cura dei fiori che nasceranno… chiedendoci di crescere sereni!

 

 

 

 

Dott.ssa Marzia Pantanella, Criminologo(criminologia e psicopatologia forense),Pedagogista clinico, Esperto nei processi mediativi, iscritta AIMef,. Consulente tecnico di parte in ambito civile e penale.
Studio: Via Curiel 3, 41015, Nonantola, Modena; Trento e Trieste Formigine (MO): 02636390607
Tel. 3930350412; mail: pantanella.77@libero.it

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Psicologia dello sport : valore aggiunto per crescere in campo.

Di Silvia Venanzoni
In questo articolo spostiamo la nostra attenzione su un tema ancora poco noto ma di grandissimo interesse e di notevole importanza. Parliamo e riflettiamo quest’oggi di “Psicologia dello sport”, ovvero quella disciplina che studia gli aspetti psicologici, sociali, pedagogici e psicofisiologici dello sport.
Approfondiamo questo argomento con un’ esperienza sul campo. Il Dott. Giuseppe Godino e la Dott.ssa Maneuela La Neve hanno infatti elaborato un progetto dal titolo “Lo sviluppo del potenziale giovanile attraverso il gioco del calcio”. Un progetto che la Polisportiva G. Castello di Roma, ha accolto con grande entusiasmo e fiducia per la loro Scuola calcio AC Milan.

 
Gli obiettivi a cui tende mirare il progetto toccano vari ambiti. Di primaria importanza avere all’interno della propria struttura risorse adeguatamente formate per svolgere correttamente il ruolo coperto. Proprio per questo lo staff sarà preparato non solo a livello calcisticoma, grazie ad incontri formativi, sarà formato su diversi ambiti quali: psicologia dello sviluppo, psicopedagogia, processi di apprendimento, psicomotricità, alimentazione, indicatori del disagio giovanile, metodologie di osservazione del comportamento, dinamiche di gruppo, tecniche di comunicazione.
Inoltre verranno compilate delle schede di osservazioni utili ad identificare le caratteristiche comportamentali degli atleti, le loro attitudini, i problemi e le reazioni di fronte alle sfide ed a eventuali problematiche. In questo modo grazie allo Sportello Famiglie si affronterannoinsieme i casi critici e i disagi in modo da poter intervenire e soprattutto prevenire. Si accompagneranno quindi le famiglie nella crescita dei ragazzi creando con loro un percorso mirato ed utile per tutti.
Non per ultimo, grazie a questo progetto, si cercherà dipromuovere la ricerca in ambito sportivo. Grazie a questi studi sarà infatti possibile affinare i metodi di allenamento, grazie a work shop, seminari, giornate studio utili a divulgare il tema della prevenzione del disagio.
Un progetto che il Dott. Godino e la Dott.ssa La Neve hanno sviluppato con grande cura e attenzione. “Lo Sviluppo del potenziale giovanile attraverso il gioco del calcio” è stato accolto dalla società e dai genitori con grande interesse ed entusiasmo.
La psicologia in ambito sportivo è dunque un valore aggiunto a cui non si deve guardare con distanza ma apprendere ed applicare a tutte le discipline sportive.

 

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Hallowen, solo una festa per bambini o un modo per riscoprire le nostre tradizioni?

La festa di Hallowen divide la coscienze tra chi la ritiene una festa che non appartiene alla nostra tradizione e chi la ritiene solo un occasione per travestirsi in modo macabro, ma divertente. In realtà questa festa ci porta a riflettere su alcuni aspetti della crescita dei bambini, legati alla perdita e alla morte che le nostre tradizioni affrontavano sicuramente in maniera più naturale.
Cerchiamo di capire di più con l’aiuto della Dott.ssa Maiorano, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale .
I bambini aspettano con trepidazione Il 31 ottobre una ricorrenza che in realtà non è nata negli Stati Uniti, ma esisteva già in Europa nelle comunità contadine. Perché ai bambini piace travestirsi da mostri? Dipende dalla voglia di sperimentarsi in altre identità o c’è altro?
“Molti italiani hanno appreso da piccoli della festa di Halloween dalle pagine di Schultz e del suo fumetto”Linus” inquadrandola come un fenomeno oltreoceano, mentre in realtà le sue origini sono europee, trattandosi di un rito celtico legato al tema dell’abbondanza e della prosperità che ci si augurava per l’inizio del periodo invernale.
Nell’odierna halloween proposta ai bambini troviamo il sapore di un carnevale un po’ tetro che spesso spaventa i genitori ma che diverte molto i bambini. Travestirsi da mostri permette loro di esorcizzare le paure più profonde legate anche al tema della morte e della perdita. I mostri sono creature spaventose ma che sotto sotto non sono così diverse da noi. Simili e diversi allo stesso tempo. Essere mostri per una notte permette al bambino di fare i conti con il conflitto e con l’aggressività, senza che essi vengano affrontati in chiave moralistica. Mascherarsi permette di rielaborare queste emozioni spesso demonizzate dalla società ma che ci appartengono intimamente”
Possiamo considerare Ognissanti un Hallowen Italiano?
“Nel meridione sono molte le tradizioni legate alla festa di Ognissanti. Sono ancora molti i bambini palermitani che ricevono regali nel primo mattino del giorno 2 novembre. Fino a pochi anni fa i genitori si recavano dopo cena presso uno dei tanti mercatini “ dei morti” per acquistare di nascosto dai loro piccoli dei semplici regali che assumano il valore prezioso del mistero e della sorpresa. Queste usanze hanno un ruolo educativo; il culto dei morti è qui inteso nel senso del rispetto e dell’amore per coloro i quali, pur essendo scomparsi sono ancora presenti nelle loro famiglie con manifestazioni tangibili di affetto ( per i bambini rappresentati dai doni). La differenza sostanziale dalla odierna halloween proposta ai bambini è che nella tradizione italiana i morti sono invitati ad entrare nelle case a portare i doni ai bambini, mentre nella tradizione oltreoceano gli spiriti vengono invitati ad andare fuori dalle abitazioni. Non c’è nulla di male se oggi i bambini si lasciano trasportare dall’euforia della nuova festa di Halloween, è però importante non far dimenticare che anche nel nostro meridione sopravvivono tradizioni che possono essere tramandate, non solo perché appartengono alla nostra cultura, ma anche solo perché possono essere belle, poetiche e al tempo stesso divertenti.”
Nella nostra attuale società il tema della morte è tabù, mentre questa tradizione affronta, anche se in modo scanzonato il tema della morte. Ma come Parlare della morte ai nostri bambini?
“Come molti genitori sanno e molti altri scopriranno presto, i bambini nella propria ricerca di conoscenza e di significato del mondo rivolgono ai genitori molte domande ed è molto probabile che prima o poi si venga interrogati su un tema molto sensibile come quello della morte, non affrontare questo tema da loro proposto potrebbe creare ansie e paure legate al concetto dell’indicibile perché spaventoso. Il bambino apprende osservando, sperimentando e giocando e domandando. il genitore che si dimostrerà disponibile a parlare della morte aiuterà il proprio bambino a comprendere gradualmente la morte come un evento naturale che è nell’ordine delle cose. Solitamente rispetto a questo argomento i genitori veicolano dei contenuti sulla base dei propri valori e delle proprie convinzioni.
Indipendentemente dai contenuti che si vogliono veicolare un accorgimento necessario è adeguare il livello di comunicazione all’età del bambino. Ad esempio fino a tre anni sono ancora troppo piccoli per parlare di questo tema, fino a quasi sei anni la morte è intesa come un qualcosa legato alla tristezza e alla separazione. Dai sei ai nove anni si inizia ad associare invece la morte a fantasie paurose che possono avere come protagonisti scheletri e fantasmi. Dai nove ai dodici anni il bambino maturerà la consapevolezza che la morte è qualcosa di inevitabile e che riguarda tutte le creature viventi. Nell’affrontare questo argomento inoltre è importante che il genitore si senta a proprio agio e cerchi di essere concreto e diretto, facendo riferimento all’esperienza diretta del bambino ( ad esempio l l’andamento delle stagioni in natura può essere utile come riferimento). In poche parole è importante essere rassicuranti, apparire naturali e comunicare in modo appropriato rispetto all’età del bambino.”

 

Dott.ssa Angela Maiorano, psicologa e psioterapeuta sistemico relazionale.

intervista di Helga Miraglia

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Educere, trarre fuori il meglio dalle persone.

“E’ più facile insegnare che educare, perché per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario essere.”
Alberto Hurtado
Educere “tirar fuori” diverso da abducere “inculcare”, addestrare partiamo da qui riflettendo sulle varie parole che spesso vengono sostituite con educare :insegnare, istruire, preparare, ammaestrare, addestrare, formare….
Le parole hanno un valore, un peso, un senso proprio per questo non si può prescindere dal comprenderne il significato per giungere al perché della confusione che si genera.
Il termine educazione è un termine complesso, che riprende l’accusativo educationem del sostantivo latino educatio. Quest’ultimo deriva dal verbo educare, che a sua volta proviene da educere, composto di e-e del semplice ducere.
Educere dal valore originario di trarre fuori, far uscire, aveva acquistato, nel tempo, anche quello ampliato di tirar su, far crescere, allevare, con particolare riferimento agli esseri umani nella loro infanzia,con in più un riferimento al far crescere in senso etico-morale. Ancora, un’ulteriore origine può essere ricondotta ad una forma estensiva del verbo edere ossia alimentare.
Ancora oggi il significato principale della parola mantiene gli elementi presi dalla tradizione: con educazione si indica cioè un processo di formazione dell’individuo in cui vengono passati da una generazione più anziana ad una più giovane non solo saperi tecnici, ma più in generale regole di comportamento e principi morali che mirano a far crescere bene i giovani, costituendo i presupposti per il loro buon inserimento nella società. Ciò tralascia il concetto più ampio di educazione permanente, continua nel corso della vita, come se l’adulto non avesse più opportunità di crescita personale ma fosse solo colui che “deve passare” .
Con educazione ci riferiamo dunque non solo alla crescita intellettuale di un individuo, ma anche alla sua capacità di adeguarsi a determinate regole e modelli sanzionati socialmente. Per questo definiamo beneducato chi sa comportarsi a modo; mentre è maleducato o addirittura ineducato chi non conosce le buone maniere e agisce di conseguenza e questo è bon ton, rispetto, il come comportarsi.
Tuttavia, anche il riferimento all’istruzione è presente nell’uso attuale: così si parla di educazione letteraria o linguistica, civica, musicale o artistica,tecnica o fisica. A tal proposito credo sia più corretto, per quanto detto sinora, utilizzare il termine formazione letteraria piuttosto che musicale, piuttosto che d’insegnamento.
Educare riguarda il modo, come si può formare, insegnare, tirando fuori dalla persona il meglio. Giocare con le parole appare sciocco ma se ci soffermiamo un attimo sulla parola EDUCAZIONE… la scomponiamo e EDUC-AZIONE, cioè il come mettere in atto (azione), promuovere ciò che è già presente sotto forma di potenzialità, abilità, disponibilità e qui entra in gioco, la pedagogia, il pedagogista.
Proprio in questo senso le scienze pedagogiche sono state definite scienze dell’educazione: e il legame tra pedagogia ed educazione è evidente quando ci si riferisce al concetto di educazione permanente come a un itinerario di formazione e di autoformazione che ciascun individuo realizza nel corso di tutta la vita quale rivisitazione continua delle proprie conoscenze e di adeguamento alle mutate condizioni ed esigenze della società. Ciascun essere umano ha potenzialmente l’intelligenza che lo conduce alla conoscenza graduale del mondo circostante e all’impiego di certi mezzi per impadronirsene e affermare se stesso. Ha già delle energie affettive da esprimere e delle naturali attitudini. Dipenderà in gran dall’educazione, dagli stimoli ambientali che quelle energie potenziali trovino il modo più compiuto e più equilibrato di realizzarsi.
Dunque, come trasmettere non solo le competenze tecniche, ma soprattutto le regole di vita, della legalità: il vero educatore è perciò colui che sa non solo parlare, ma soprattutto comunicare anche con la parte meno razionale, cognitiva ma più emotiva e personale di ognuno per comprendere come stimolare ciò che ogni persona ha in sé ed ottenere insieme il meglio in ogni ambito, scolastico, relazionale, sociale, lavorativo rispettando l’individualità tra la pluralità.
Non si può educare senza comunicare
Comunicare significa fondamentalmente “mettere in comune” con altri, informazioni, idee, emozioni etc. Questo scambio tra persone avviene soprattutto attraverso il linguaggio parlato o scritto, ma anche attraverso gesti e immagini. Possiamo affermare che qualsiasi nostro comportamento è comunicazione, tramite questa si determina anche il tipo di relazione tra gli attori del percorso educativo. La relazione, tramite la comunicazione veicola l’educare, il come trasmettere.
Il concetto d’educazione è più ampio di quello di istruzione (che si riferisce alla sola formazione delle competenze scolastiche, cognitive). L’impegno educativo imporrebbe alla scuola di superare l’idea che si debba solo istruire in ordine ad una dinamica insegnamento-apprendimento sempre più centrata sul rendimento, sull’efficientismo. L’obbligo starebbe nell’educare l’allievo a sentirsi “emotivamente”, a percepirsi come individuo perché possa esprimersi in maniera personale, in modo originale e creativo, con padronanza e consapevolezza…convogliare la propria emotività nella costruzione dell’”identità”…(Dizionario di pedagogia clinica).
Ora come direbbe qualcuno, “la domanda nasce spontanea”… a chi demandare il compito di educare?
Esistono delle istituzioni educative specifiche e universalmente riconosciute come tali:
-la famiglia: sotto protezione e con l’appoggio dei genitori, il processo educativo ha la possibilità di svolgersi naturalmente e di portare i suoi frutti a tempo debito; quando la famiglia viene a mancare, l’intero sviluppo del bambino è compromesso: persino la crescita fisica, la deambulazione e lo sviluppo del linguaggio vengono ritardati;
-la scuola: oggi viene vista non soltanto come organo di trasmissione del sapere ma come organo di educazione nel senso più ampio del termine. È attraverso la scuola che il bambino si forma alla socialità;
-la chiesa: le è affidata la formazione morale e religiosa, a completamento di quella iniziata nella famiglia. Un tempo ebbe anche il compito dell’istruzione quando mancavano le scuole municipali o statali. Oggi continua l’opera educativa anche attraverso istituzioni ricreative che offrono la possibilità di gioco o di attività agonistica e occasioni per l’educazione nel significato più proprio.

Come far comprendere, tirar fuori… la legalità, il rispetto, l’amore… come insegnare al meglio i saperi disciplinari questo è compito del pedagogista della sua ricerca continua, in evoluzione con i cambiamenti della società e dei tempi. Il pedagogista che dovrebbe lavorare in condivisione e sinergia con l’educatore, gli enti, la scuola, la famiglia per favorire i processi, le relazioni in funzione del fare educativo anche in collaborazione con altre professionalità che si occupano della persona.
Fondamentale quindi confronto, interazione e condivisione tra le principali istituzioni educative alle quali mettere a disposizione chi potrebbe, pedagogista, intervenire nei momenti di disagio, di confusione a sostegno del benessere prima dei minori, individui in sviluppo, dell’adulto, insegnante, genitore con l’obiettivo di educere, scegliere l’azione più efficace in funzione della prevenzione di eventuali problematiche che avranno la famiglia, la società come teatro degli agiti disfunzionali.
Ancora e non mi stancherò educazione a favore della prevenzione.

“L’istruzione finisce nelle classi scolastiche, ma l’educazione finisce solo con la vita.”
FREDERICK WILLIAM ROBERTSON

Dott.ssa Marzia Pantanella, Criminologo(criminologia e psicopatologia forense),Pedagogista clinico, Esperto nei processi mediativi, iscritta AIMef,. Consulente tecnico di parte in ambito civile e penale.
Studio: Via Curiel 3, 41015, Nonantola, Modena; Trento e Trieste Formigine (MO): 02636390607
Tel. 3930350412; mail: pantanella.77@libero.it

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“Educa i bambini e non sarà necessario poi punire gli uomini”

Scrivere sulla violenza fisica e/o psicologica, sui maltrattamenti , sugli abusi è sempre cosa che coinvolge l’essere persona, donna pur nel rispetto dell’identità di genere e di ruolo.
Cosa spinge un uomo o una donna a compiere atti offensivi, delittuosi nei confronti di un altro essere umano, soprattutto se tra loro c’è un legame di cura e sostegno, è un dilemma a cui si tenta di dare varie motivazioni tutte possibili, tutte realistiche e scientifiche.
La risposta unanime è : Non dovrebbe accadere.
Ricerche, statistiche del dopo reato avvenuto, riempiono pagine e pagine, quando c’è la vittima quando ormai il fatto acquisisce risonanza, esplode come accadimento mediatico.
Il recente articolo su Terres Des Hommes sconvolge, fa gelare il sangue… minori spesso bambine, donne vittime della furia, del non rispetto della, a mio avviso, mancata educazione, delle ormai differenze culturali che si innestano senza mai integrarsi totalmente, conservando le barbarie sessiste insite in loro.
Quando parlo di educazione non mi riferisco alle regole del “bon ton”, ma al reale e più globale significato di tale parola educere.
L’EducAzione al rispetto, ai valori, alla libertà, alla diversità, all’amore, alla gentilezza in un mondo frenetico, che porta alla rincorsa dell’avere, va insegnata.
Come dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, perché spesso queste vengono represse e non si aiuta a comprenderle a gestirle ad affrontarle e poi qualcuno improvvisamente, forse il più debole, forse…
La pericolosità maggiore sta in un fenomeno dei nostri tempi : “La normalizzazione della violenza” che può essere considerata l’innesco di tutto quanto di più spiacevole accade dentro e fuori la famiglia. Manca la discriminazione dei comportamenti delinquenziali da quelli che rientrano nella norma sociale e giuridica. A livello educativo bisognerebbe spezzare questo modello di “normalizzazione” , educare alla legalità, spiegare quali sono i reati, le cose non giuste che offendono se stessi e gli altri, lavorare sulla presa di consapevolezza di cosa si mette in atto del processo azione/reazione/conseguenza.
Prevenzione sta nell’educazione, nel ristabilire i principi cardine, nell’aiutare i minori, le famiglie, la scuola nel vivere i vari ruoli, vanno accompagnati nel percorso di crescita di sviluppo e la scuola in tutto questo è chiamata a svolgere un ruolo attivo, fondamentale.
Istituire l’ora della gentilezza potrebbe essere un inizio e non sarebbe tempo perso, avrebbe il compito di arricchire di significato i gesti, le parole, le espressioni porterebbe ad una maggiore comprensione dell’altro rispetto anche ai suoi bisogni, nonché l’ora della legalità.
Certo l’omertà va cancellata chi nota comportamenti offensivi, che ledono il rispetto della libertà deve necessariamente denunciare.
Sono a favore delle varie campagne di sensibilizzazione, perché credo nella possibilità di prevenire, nella formazione e nell’informazione.
La donna maltrattata ,in famiglia e fuori si lega direttamente alla visione culturale della donna come “inferiore” altro concetto che va stroncato quindi culturalmente e come? Educare alla parità, all’uguaglianza, al rispetto così si potrà superare il concetto di ruolo della donna vittima.
Ad adulti e bambini andrebbero forniti strumenti per il riconoscimento di situazioni pericolose con la possibilità di confrontarsi con persone competenti che possano fare da filtro per attivare situazioni di aiuto o protezione. Questo perché purtroppo ad oggi le forze dell’ordine fanno,ancora, una gran fatica a raccogliere i racconti di donne o bambini e purtroppo a volte capita, come per le denunce di stalking, di non dare il giusto peso a quanto si ascolta.
Maestre, insegnanti senza fare la caccia alle streghe dovrebbero essere di supporto, individuare quei segnali di disagio di cui si fanno portatori i bambini ed essere pronte al confronto in funzione della comprensione, dell’ascolto, e della prevenzione, sapere a chi rivolgersi ed avere un affiancamento in funzione dell’attivazione di percorsi di aiuto che possono riguardare o il minore o la famiglia o entrambi per migliorare la qualità della vita, il benessere ed una crescita armoniosa.
A tal fine dovrebbe essere messa a disposizione anche delle scuole una figura, un esperto, ancor meglio un equipe che possa supportare tale percorso così il ruolo del pedagogista dovrebbe fungere da ponte, da contatto, da filtro in maniera decisa e strutturata.
L’informazione, crea libertà così come per le violenze, così anche per le questioni riguardante il “genere” che tanto stanno influenzando il vivere delle persone a tal punto da minare il benessere e la vita stessa.
Informare, educare, formare, prevenire , rendere liberi!
Chiuderei con una frase di Pitagora: Educa i bambini e non sarà necessario poi punire gli uomini.

Letture consigliate:
I serial killer dell’anima, Cinzia Mammoliti, Edizioni Sonda, 2012

Dott.ssa Marzia Pantanella, Criminologo(criminologia e psicopatologia forense),Pedagogista clinico, Esperto nei processi mediativi, iscritta AIMef,. Consulente tecnico di parte in ambito civile e penale.
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Tel. 3930350412; mail: pantanella.77@libero.it

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