Pillole quotidiane

“Aiuto! Mio figlio deve andare dal Neuropsichiatra Infantile…!”

E’ proprio vero … quando il pediatra ci consiglia di portare il nostro bambino dal Neuropsichiatra Infantile (NPI) sembra che il mondo ci stia crollando addosso poiché questa disciplina è poco conosciuta e per questo molto temuta…,ora cerchiamo di saperne di più!

Chi è il Neuropsichiatra Infantile? Il NPI è un medico specialista in Neuropsichiatria infantile, disciplina che si occupa dello sviluppo neuropsichico e dei suoi disturbi ad insorgenza nell’infanzia e/o nell’adolescenza (età compresa tra zero e diciotto anni).

Dove opera il NPI? In Italia, la figura del NPI opera principalmente in ambito pubblico, all’interno di strutture ospedaliere e/o dei servizi territoriali delle ASL, dove si occupa della diagnosi, della cura e dell’assistenza globale del paziente nonchè della famiglia.

Per quali problematiche è indicato il NPI? Il NPI interviene nel trattamento di diversi problemidi natural neurologica e/o psichiatrica: prematurità, sofferenza pre-perinatale, sindromi genetiche, ritardo e/o disturbo dello sviluppo neuropsicomotorio e del linguaggio, disturbo da deficit d’attenzione con o senza iperattività, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo oppositivo-provocatorio, disturbi del tono dell’umore, autismo, difficoltà d’apprendimento in ambito scolastico, disabilità intellettiva, paralisi cerebrale infantile, epilessia, cefalea, disturbi del sonno etc… Può anche trattare problematiche più frequenti nell’adolescenza tra cui ricordiamo l’anoressia, la bulimia, la depressione, disturbo della condotta, etc… Inoltre il NPI può svolgere la funzione di consulente tecnico d’ufficio su incarico del Tribunale, su quesiti specifici dei giudici, in particolare in merito alle questioni di affidamento di minori nelle separazioni genitoriali conflittuali o nelle situazioni di abusi o trascuratezza, oltre che nella definizione dei provvedimenti di tutela quali l’interdizione, l’inabilitazione e, più recentemente, l’amministrazione di sostegno.

Come interviene il NPI? Per individuare un problema, il neuropsichiatra infantile, di solito, si approccia al bambino mediante il disegno e/o il gioco permettendo così a quest’ultimo di esprimersi più liberamente. Inoltre si avvale del colloquio con i genitori e di una serie di indagini cliniche (esame obiettivo generale e neurologico) e strumentali (ecografia cerebrale, elettroencefalogramma, polisonnografia, risonanza magnetica cerebrale, etc…) e testologiche (valutazioni cognitiva, del linguaggio e degli apprendimenti scolastici, etc…). L’intervento dipende dal tipo di problema da trattare: può essere necessario il trattamento farmacologico e/o riabilitativo (psicomotorio, logopedico, cognitivo-comportamentale) e/o il supporto psicologico (di gruppo e/o individuale); quest’ultimo sia per il bambino che per i genitori (parent training). Tuttavia il NPI può limitarsi a guidare i genitori dando loro consigli sulle difficoltà che incontrano nella gestione delle problematiche del loro bambino.

Regola fondamentale sulla quale si basa l’approccio del NPI è il lavoro di équipe con più figure professionali esperte in età evolutiva (terapista della neuro psicomotricità dell’età evolutiva, logopedista, psicologo, assistente sociale, l’assistente domiciliare) che accolgono e seguono il bambino, la famiglia e la scuola nelle varie fasi del suo sviluppo condividendo integralmente gli obiettivi. Inoltre è previsto che il NPI partecipi ai gruppi di lavoro (insegnante di sostegno, assistente educativo culturale, insegnanti curricolari) costituiti per l’integrazione scolastica dei bambini con difficoltà di vario tipo (accademiche e non) che si riuniscono periodicamente per la definizione e la verifica dei piani educativi.

Per cui cari genitori affidatevi e fidatevi del NPI senza timore quando il pediatra ve lo consiglia.

A cura del Neuropsichiatra Infantile

Dott.ssa Mariangela Pinci

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UN’ISOLA DI OPPORTUNITÀ

“Esiste un’isola di opportunità all’interno di ogni difficoltà” questa è una delle più importanti citazioni di Demostene, oratore greco, a cui si fa risalire il primo metodo per la risoluzione della balbuzie con i suoi famosi “sassolini”, che utilizzava per eliminare il disturbo.

Prima di definire ed esaminare cosa sia la balbuzie, è necessario comprendere il concetto di fluenza e di disfluenza: definiamo la prima, infatti, come il naturale scorrere del linguaggio, aspetto che per la maggior parte dei parlanti non richiede alcuno sforzo. La disfluenza, invece, è un’alterazione del ritmo linguistico e si può presentare in modo fisiologico e spontaneo con sporadiche ripetizioni ed interiezioni quali “cioè”, “ehm”, “quindi”.

Nei bambini la disfluenza è parte del naturale sviluppo del linguaggio, specialmente in età pre-scolare (fra i 2 e i 5 anni), in quanto stanno acquisendo padronanza della lingua parlata ed iniziano a trasporre i pensieri in parole, scegliendo le corrette strutture grammaticali e producendo correttamente suoni e parole. Nel momento in cui queste dinamiche intercedono e alterano considerevolmente il linguaggio è possibile parlare di balbuzie, che si definisce come “un disordine nel ritmo della parola per cui il paziente sa cosa vorrebbe dire ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono che hanno carattere di involontarietà” (Organizzazione Mondiale della Sanità, 1977).

Le cause della balbuzie ad oggi descrivono una complicata interazione tra lo sviluppo del linguaggio e le capacità motorie che sottendono tale abilità, combinati a molteplici influenze della personalità e dell’ambiente comunicativo e sociale del bambino. A livello epidemiologico la balbuzie interessa circa l’1% della popolazione mondiale (tasso di prevalenza) ma circa il 5% può affermare di averne sofferto nel corso della sua vita (tasso di incidenza). La coincidenza di questi due dati è spiegabile con l’alta percentuale di remissione, circa il 75-80% che avviene perlo più spontaneamente dai 12 ai 18 mesi di distanza dal momento dell’insorgenza e che viene collocata tipicamente nella prima infanzia. Le ricerche di tipo genetico basate sulla famigliarità e sulla gemellarità monozigote fanno pensare che tale disturbo venga trasmesso per via genetica e che, anche se il meccanismo di trasmissione risulti ancora sconosciuto, il tipo di legame parentale ed il sesso contribuiscano a determinare la probabilità che un bambino cominci a balbettare e anche quelle del suo recupero. Riconoscere i sintomi della balbuzie è fondamentale per la prognosi del trattamento, poiché secondo il parere del Dott. Claudio Zmarich (primo ricercatore all’ISTC-CNR, fonetista esperto di balbuzie e sviluppo fonetico e fonologico) ed in base a numerose ricerche è stato stabilito che quest’ultima sarà tanto migliore quanto minore è l’intervallo temporale che separa l’insorgenza dal primo intervento terapeutico.

Il bambino balbuziente borderline si distingue dai coetanei parlatori fluenti per le seguenti caratteristiche: commette più di 10 disfluenze ogni 100 parole, mostrando prevalentemente ripetizioni e/o prolungamenti, presenta durate irregolari delle pause silenti (tempo che intercorre tra l’emissione di una parola/enunciato ed un’altra) accompagnate da segni di tensione muscolare ed a volte da comportamenti di evitamento o fuga, nonché dalla consapevolezza di avere una difficoltà, che spesso può generare sentimenti di frustrazione. Un altro aspetto importante da considerare per identificare un bambino balbuziente risiede nel malfunzionamento dei processi dell’elaborazione linguistica; in loro, infatti, i disturbi del linguaggio occorrono più frequentemente (> 9-13%).

Esistono diverse classificazioni della balbuzie e fra le più usate ricordiamo quella creata in relazione al blocco: balbuzie tonica (difficoltà fonica o prolungamento di una sillaba all’inizio della frase, la più frequente es. “mmmmmano”), balbuzie clonica (ripetizione di un suono all’interno della frase, si presenta per lo più nei bambini tra i cinque e i sette anni es. “ho giocato a p p p alla”), balbuzie mista (comprende le prime due forme, compare dopo i sette anni), e quella in relazione alla localizzazione anatomica del blocco: balbuzie labio-coreica (movimenti convulsivi dei muscoli labiali e linguali) ed infine balbuzie gutturo-tetanica (rigidità dei muscoli faringei e laringei).

Ovviamente accanto a questi aspetti tecnici vanno considerati, come precedentemente descritto, tutti i fattori psicologici e comportamentali, che evidenziano come un buon trattamento terapeutico debba seguire un percorso di tipo globale. La paura di essere giudicati, il timore di non essere all’altezza delle situazioni, la forte sensazione di inadeguatezza ed imbarazzo concorrono a cronicizzare il disturbo, entrando in un circolo vizioso e disadattivo.

L’ “isola delle opportunità” è proprio quell’insieme di risorse che ogni persona possiede e può utilizzare accanto alle attività che ogni professionista deve saper mettere in atto al fine di creare una reciprocità utile al miglioramento se non anche alla risoluzione del problema per garantire ad ognuno un’esperienza positiva e piacevole della propria comunicazione.

Logopedista

Dott.ssa Annalisa Verro

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SE IL FIGLIO DELLA PSICOLOGA E’ DISLESSICO

«Sei la somma di tutte le cose che una mamma di dislessico NON dovrebbe fare ».
Chi pronuncia questa lapidaria sentenza è Federico, quindicenne diagnosticato dislessico in terza media.
La mamma in questione sono io, che sono anche psicologa. Quindi questa è una doppia ferita all’amor proprio: di mamma e di psicologa. Tecnicamente si dice “ferita narcisistica”. Una pugnalata, insomma. Che poi si somma all’altra ferita, quando ti dicono o ti fanno capire: « ma come, proprio tu che sei psicologa, che sei addentro più di altri in queste cose, ti sei accorta solo in terza media?!?».
Eh sì. Vai a dire che è una dislessia leggera, che lui ha un Q.I. un poco più alto della media (il test del quoziente intellettivo è tra quelli previsti per la diagnosi di dislessia), per cui ha verosimilmente compensato (parola molto usata nel linguaggio tecnico) molto bene fino ad allora. Vai a dire che pur essendo psicologa, non sei specializzata in disturbi specifici dell’apprendimento (i famosi DSA).
Vai a dirlo a loro, ma a te, che ti dici?
Stai male: perché il senso di colpa è la prima cosa che scatta anche in una mamma psicologa, solo che è pure peggio perché si giustifica ancora meno. Stai male, perché senti di non averlo capito e quindi protetto dalle frustrazioni e umiliazioni subìte in classe, che avresti potuto evitargli se gli si fossero stati dati primai cosiddetti “strumenti compensativi e dispensativi”. Ovvero:computer e maggior tempo nelle verifiche, in sintesi.
Federico invece reagisce con filosofia: alla fine è contento di fare meno fatica, nel raggiungere i risultati richiesti a scuola. Lo vedo più sereno, è innegabile.
Io ho reagito iscrivendomi, naturalmente, all’AID (associazione italiana dislessia) e anche a tutti i gruppi FB esistenti (ad esempio, Giovani Dislessici Italiani), poi ho comprato a raffica libri sull’argomento, che ho doverosamente passato al coniuge.
Qui è la psicologa che fa capolino.
Poi ho anche reagito (e continuo a reagire) come mamma: reazioni da “mamma tigre”, talvolta, perché mi preoccupo che tutti i suoi professori delle superiori si leggano questo accidenti di PDP (piano didattico personalizzato) e lo rispettino NEL DETTAGLIO. Altrimenti, sono pronta alla polemica nel commentare, a tavola, i voti. Ma è in difesa del mio pargolo.
E’ questo che Federico mi critica.
Giustamente, direbbe la psicologa che è in me.
Il mio conflitto interiore si affievolisce quando vedo che Federico sa comunque adottare un atteggiamento resiliente: prende atto del suo bisogno, se ne fa carico, attiva strategie adeguate. Anche per difendersi dalla mia ansia.
Amore di mamma.
Ma anche, forse, un buon risultato delle mie competenze come psicologa?
Sì, i miei figli mi dicono che ogni tanto si sentono un po’ come le mie “cavie da laboratorio”.
Poi, ultimamente, una mia amica mi chiede come fare a convincere il figlio, sospetto disgrafico, a fare i test. Le propongo, se vuole, di far parlare suo figlio con il mio: le sembra una buona idea, così ne parlo a Federico.
«Puoi anche parlar male di me, se vuoi» concludo. Allora Federico accetta, ridendo.
Astuzia di mamma? Astuzia di psicologa?

 

ELENA ROVAGNATI pedagogista, psicologa, danzamovimento terapeuta supervisore.

cell 335 6344104 studio Spazioperme

via Montebello 64, Mariano Comense Como

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GLUC…..L’IMPORTANZA DELLA DEGLUTIZIONE CORRETTA

La deglutizione e la respirazione sono i due principali atti che ci consentono di assumere energia (cibo O2)e che consentono al nostro corpo di vivere.
Osservando lo sviluppo embriologico umano, ci si accorge che gli atti deglutitori, in termini temporali, cominciano molto più precocemente rispetto a quelli respiratori. Già alla fine del terzo mese,con funzioni diverse da quella alimentare, gli atti di deglutizionesono presenti in maniera significativa ed hanno, da una parte la finalità di modellare le strutture craniche e del massiccio facciale, mentre dall’altra di dare avvio ad un allenamento che consentirà successivamente al neonato di essere pronto fisiologicamente per l’allattamento.
Negli ultimi anni, anche grazie ai numerosi studi condotti dal Dottor Antonio Ferrante, odontoiatra esperto di Terapia Miofunzionale, si stanno raccogliendo risultati sempre più stravolgenti sugli esiti negativi che la deglutizione scorretta può avere sull’organismo.
Il coinvolgimento più evidente è a carico dei nostri denti, in particolar modo con la presenza di malocclusione (ovvero scorretta chiusura delle arcate dentarie) e di morso aperto o coperto, palato stretto, affollamento dentario e diastemi. Un palato stretto per ovvie ragioni,condiziona negativamente la funzione respiratoria con la possibilità diipetrofie adenoidee e tonsillari. Molto spesso vi è anche un interessamento dell’orecchio, poiché, la tuba di Eustachio, che collega naso e orecchio, nella condizione sopradescritto non riesce a rimanere pervia, e quindi c’è ristagno di muco e la presenza di otiti recidivanti.
Ma non finisce qui, la deglutizione scorretta, influenza anche l’apparato digerente,la nostra postura, può provocare la presenza di cefalee tensorie o da ipertono masseterino e può influenzare il rilascio di ormoni controllati dall’ipofisi….
Quindi, assodato che la deglutizione influisce sullo sviluppo generale del nostro organismo, vorrei condividere con voi un primo punto saliente: la deglutizione richiede un apprendimento esplicito?
La risposta risulta ovvia: nasciamo in grado di deglutire senza che ci sia qualcuno preposto ad insegnarci a farlo, ma deglutiamo in maniera sostanzialmente diversa da neonati e da adulti. Infatti, il poppante edentulo cattura il capezzolo della mamma e lo spinge contro il palato servendosi di una spinta linguale anteriore che, dai 6 mesi fino a i 3 anni viene via via abbandonata. E’ poi, grazie alla maturazione del sistema nervoso centrale, che ci viene permesso di controllare volontariamente la fase orale, ovvero la fase in cui la lingua si alza verso lo spot per poi schiacciare la porzione mediana della lingua contro il palato e infine dirigersi all’indietro verso il faringe, e di conseguenza ai cambiamenti dimensionali delle strutture facciali, la deglutizione si posteriorizza e la spinta della lingua diventa una retropulsione.
Se è vero quindi che la deglutizione si attiva senza bisogno di apprendimento, è altrettanto vero che le modalità con cui si deglutisce sono essenzialmente diverse da neonato e adulto e ciò che si riscontra molto spesso è di “trovare” delle lingue, che per cause disparate, continuano a muoversi anteriormente e a spingere contro i denti.
Da qui una riflessione fondamentale:
nei primi mesi di vita non dovrebbero esserci interferenze esterne che possano, in qualche modo,avere delle sequele negative sulla registrazione del pattern deglutitorio corretto e quindi, in termini pratici, NO all’allattamento artificiale precocee NO all’uso protratto di qualsiasi forma di succhiotto o tettarella, perché queste sono insieme ad altri fattori, la causa CERTA di modificazioni negative sulle strutture orali dei nostri piccoli.
Oltre a ciò si aggiungono altri fattori che possono contribuire al permanere di una deglutizione infantile, come ad esempio l’alimentazione e la tendenza dei bambini a disabituarsi a cibi solidi di diverse consistenze alcuni dei quali richiedono e fanno fare buon esercizio ai muscoli masticatori. E quindi in quest’ottica, lo svezzamento, che avviene intorno al 6/7 mese di vita, diventa un momento molto delicato che richiede attenzione, così come richiedono attenzione in generale tutti i momenti del pasto, lontani da televisione e altri oggetti tecnologici.
Mi vorrei soffermare tra tutti i fattori sopracitati sull’importanza dell’allattamento al seno, che oltre ad avere un’importanza enorme per la composizione peculiare del latte materno, per il passaggio di anticorpi madre bambino, e per gli aspetti psicoemotivi, relazionali e intellettivi, è senza dubbio una Forza attiva sullo sviluppo delle strutture muscolari e ossee del cranio, del palato (e quindi anche delle fosse nasali) e della faccia e della successiva crescita dei denti, oltre ad avere ripercussioni positive sulla pervietà naso – orecchio.
Ora venendo alle conclusioni e servendomi di una riflessione che riporta sempre ai suoi corsi, il Professor Antonio Ferrante, se deglutissimo una volta al giorno non ci sarebbero grandi problemi, ma immaginate voi invece cosa può succedere dal momento che deglutiamo circa 1000 – 1200 volte al giorno e che la lingua agisce sui denti con una forza di 2000 Kg, che vale a dire, in termini poco tecnici ma senz’altro chiarificatori, che “è come avere un elefante che spinge contro i nostri denti”.
Ora, mamme e papà, guardando i vostri figli a bocca aperta, osservando i loro denti affollati, individuando crescite anomale della mandibola o vedendo dei morsi disfunzionali, capite che la concezione d’intervento non può essere limitata ad inserire un apparecchio, ma la riflessione da farsi è ben più ampia e prevede la presa in carico e il coinvolgimento di altre figure competenti in materia, ovvero l’Osteopata e il Logopedista esperto in Terapia Miofunzionale, avendo quindi una visione “OLISTICA”, per usare un termine che ci piace molto.
Ogni piccola modificazione, se pure specifica, si riflette sempre sull’ intero organismo.
Dott.ssa Viola Proietti
Logopedista
Esperta in valutazione e trattamento
dei Disturbi del Linguaggio
Terapista Miofunzionale

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Halloween e’ trascorso, mangiamoci la zucca!

INGREDIENTI  :

600 zucca pulita

4 uova

100 gr di burro

150 gr zucchero semolato

350 gr farina 00

80 ml di ️ latte

1/2 bustina di lievito (8 gr)

 

Pulite la zucca da semi e buccia.

Cuocetela al vapore fino a renderla morbida,al punto di poterla ridurre in purea .

Con la forchetta. Su una teglia coperta da carta da forno mettete la purea,e fatela asciugare in forno a 100 gradi per eliminare bene tutta l’acqua di vegetazione . Quando sarà abbastanza asciutta mettetela da parte. Dividete gli albumi dai tuorli e montateli a neve ferma.in un altra ciotola montate i tuorli con lo zucchero fino a che non saranno gonfi e spumosi. A questo punto unite alla montata di tuorli il burro morbido, la purea di zucca, e poco alla volta,la farina ed il lievito setacciati insieme.Amalgamate bene il composto, quindi aggiungete a filo il latte,leggermente caldo. Terminate unendo gli albumi montati a neve.fatelo con delicatezza, mescolando con una spatola dal basso verso l’alto per non farli smontare. Imburrate e infarinate uno stampo di 22 cm e versateci dentro l’impasto.

Cuocete in forno statico a 180 gradi per 50 minuti.
Sfornate la torta e, fatela raffreddare prima di servirla.

Buon appetito!!!!

(a cura di Erika Sciommeri)

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Triade nel bambino

Raffreddori, tosse e otiti medie (più facilmente quelle sierose) sono una combo che mantiene in scacco molti bambini e le relative famiglie e che mette in difficoltà, nelle proprie scelte, sia genitori che medici.
Le recidive e i fastidiosi sintomi complicano il normale svolgere delle attività di vita quotidiana di bambini e genitori.
Nella maggior parte dei casi, il fattore tempo non viene mai calcolato e tal volta neanche questo sembra bastare (raffreddori e OTA – otite media acuta – hanno una durata dai 3 gg ad una settimana con risoluzione spontanea) ed è proprio a quel punto che sembra dover attuare rimedi drastici, per far sparire ogni sintomo e rendere tranquille le nostre giornate e quelle dei bambini stessi.
La prima cosa che dobbiamo ricordare, o renderci conto, è che i sintomi sono il risultato delle strategie attuate dai corpi dei nostri figli per interagire con il mondo. La campana di vetro, prima con il grembo materno, poi con tutte le attenzioni del primo anno devono scemare perché sarà proprio questa lotta interna tra self e non-self che gli garantirà una vita in salute (salute come mantenimento dell’equilibrio; Omeostasi = Capacità degli organismi viventi di mantenere un equilibrio interno pur nel variare delle condizioni esterne).
Accettato questo aspetto vorrei specificare una frase del dottor Antonio Clavenna, Responsabile, Unità di Farmaco-epidemiologia del Laboratorio per la Salute Materno Infantile – Dipartimento di Salute Pubblica IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano che alla domanda di “Come si cura il raffreddore nel bambino” ha risposto laconico “Sicuramente non con i farmaci”, aggiungendo “Il raffreddore è una malattia che guarisce spontaneamente nel giro di una settimana, quindi basta aver pazienza e lasciare che faccia il suo corso”.
Tra le indicazioni non vediamo alcun effetto collaterale, nel rispetto del bambino e del suo organismo.
La pulizia del naso è fondamentale, la stagnazione è terreno fertile per la cascata infiammatoria, quindi consiglia di pulire il naso più volte durante la giornata; una pulizia si può effettuare con soluzione fisiologica con una siringa (perfetta una siringa senza ago con 5-10 ml di soluzione per narice: l’importante è spingere sullo stantuffo piuttosto velocemente, così da esercitare una pressione che aiuta la rimozione delle secrezioni”. Prima di iniettarla, conviene scaldare un po’ la siringa con la mano, perché l’acqua fredda potrebbe dar fastidio al bambino; “In mancanza della fisiologica, può essere d’aiuto anche la semplice acqua del rubinetto tiepida, da far inalare al bambino mentre gli si lava il viso” aggiunge Alberto Villani, Responsabile di Pediatria Generale e Malattie infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma).
L’alternativa più conveniente è acquistare un flacone più grande di soluzione fisiologica “oppure preparare una soluzione ‘casalinga’ con acqua e sale (90% di acqua e 10 % di sale) bolliti e lasciati raffreddare” suggerisce Giovanni Cavagni, allergologo pediatra, già Responsabile dell’Unità Operativa di Allergologia Pediatrica dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.
Oltre ai lavaggi nasali, si può fare l’aerosol di soluzione fisiologica, dal momento che il vapore aiuta a sciogliere le secrezioni. Diversi studi hanno confermato che farmaci nell’aerosol, mucolitici o altro non hanno indicazioni per il muco prodotto da un banale raffreddore (che non hanno alcuna documentata efficacia) ma che vengono utilizzati in malattie specifiche.
Anche altri farmaci comunemente usati per il raffreddore hanno dimostrato scarsa efficacia, oltre a possibili effetti indesiderati. Spray e gocce nasali ad azione vasocostrittrice sono vietati sotto i 12 anni. Cortisonici in spray senza evidenze scientifiche per la medicina restano inutili per il raffreddore generico ma utili nel caso di raffreddore da allergia. “Per il raffreddore causato da virus non solo non hanno alcun effetto, ma, dal momento che il cortisone è un immunosoppressore, si rischia anche di allungare la durata della malattia, poiché si impedisce al sistema immunitario di compiere il suo dovere” spiega il farmacologo Clavenna. Qualsiasi caramella o pastiglia può avere un effetto lenitivo locale, dovuto al fatto che si produce saliva e si umidifica la gola. Sollievo momentaneo, basta non eccedere con l’uso se contengono zucchero. Umidificare gli ambienti; è bene regolare allora il termostato dei caloriferi a temperature più ragionevoli e adoperare umidificatori per ambienti, almeno nella stanza dove dorme il bambino. Offrirgli spesso da bere. L’assunzione di liquidi è molto utile per rendere fluido il muco e liberare il naso: se il bambino è allattato, conviene offrirgli il seno più spesso, se è già svezzato, dargli da bere acqua o bevande tiepide. Oltre al fatto che la maggior parte di funzioni dell’organismo avvengono tramite l’acqua in un ambiente giustamente idratato (virus e altri patogeni tendono a disidratare il corpo come ambiente ideale per il loro intervento); quest’ultima attenzione ci suggerisce di monitorare il grado di umidità degli ambienti dove i bambini passano mediamente 7 ore nel letto (se i caloriferi scaldano molto, ricordare i contenitori di acqua e perché no, farsi consigliare sull’aroma terapia da infondere nell’ambiente di estratti naturali coadiuvanti alla ripresa).
Logicamente, ogni caso è a se e non vogliamo certo sostituirci a nessuno specialista, ma le evidenze sono chiare e il suggerimento è quello di applicare accortezze secondo coscienza e valutarne gli effetti sul bambino, prima di giungere ad antibiotici e cortisonici (in genere seconda scelta dopo i primi farmaci fallaci consigliati).
Dal mio punto di vista, osteopatico e da studioso di medicine naturali, vorrei aggiungere altre informazioni per fare chiarezza per esempio rispetto all’anatomia nel bambino.
Nel bambino fino ai 7 anni la tromba d’Eustacchio è aperta, corta e orizzontale e lunga incirca meno di 1 cm (pensiamo a questo valore per capire di cosa stiamo parlando, un canale aperto e della dimensione inferiore ad un unghia!), nell’adulto risulterà molto più stretta e allungata, circa 2,5 – 3 cm; questo permette ai batteri e ai virus di penetrare e rimanere nell’orecchio medio con maggiore facilità; sono, altresì, più strette e meno rigide, quindi più soggette a ostruzioni e per esempio le adenoidi, ovvero le strutture ghiandolari collocate nella parte alta del retro della gola vicino alle trombe di Eustachio, nei bambini sono più grandi e possono interferire con l’apertura delle stesse. Va da se che ogni infezione che abbiamo a livello delle fosse nasali (rino) o nella gola (faringe) nella fase massima interferisce sui tessuti limitrofi ed aumenta e dilaga la sua cascata infiammatoria. Va da se che scorretti trattamenti sul bambino non aiutano le proprie difese immunitarie ma ne condizionano l’affaticare dei propri sistemi autoimmunitari. Ed è per questo che i bambini presentano infezioni all’orecchio con maggiore frequenza prima dei quattro anni d’età.
Conoscendo questa anatomia possiamo capire il perché della triade su scritta, allora:
– Pulizia del naso ripetuta, aiutata anche con lavaggi di fisiologica dove possibile
– Idratazione costante (allenare il bambino nel “bere” acqua; molto più facile che fargli fare dei compiti)
– Controllare l’alimentazione (ci sono molti cibi che oltre ad essere pro-infiammatori sono anche stimolatori endogeni di muco e che perpetuano la cascata infiammatoria; inoltre ci sono altri alimenti che invertono questo processo e che in un organismo equilibrato aiutano alla stimolazione delle difese)
– corretta gestione degli ambienti e umidificazione degli stessi.

In questa condizione l’osteopata si presenta come filtro per le condizioni per cui ci siano delle recidive o risulti difficile una gestione da parte della famiglia, e non di meno, prima dell’uso di cortisonici o antibiotici sotto consiglio di uno specialista:
– Valutazione dello status enterico (l’intestino presenta il 70% delle difese immunitarie, va da se che ogni condizione di alterata fisiologia influisce negativamente sulle possibilità autoindotte del bambino)
– Valutazione dello status stomaco-esofago-cervicale (consigli specifici sulle abitudini, indicazioni dell’alimentazione e ristabilire un equilibrio viscero-somatico può far evitare che residui gastrici possano risalire e infiammare costantemente la rinofaringe e perpetuare gli stati infiammatori, specie nella fase notturna o post-prandiale)
– Stimolazione dei sistemi autoimmuni e di drenaggio (l’Osteopatia in ambito Cranio-Sacrale e l’approccio al modello Neurovegetativo offrono ampia gamma alla stimolazione o all’eliminazione di blocchi nel sistema immunitario e alla naturale eliminazione delle espettorazioni).
Far bere acqua, aggiungere frutta alle merende, fare attenzione all’uso della vitamina C e mettere un cuscino sotto la testa del vostro bambino, possono controbilanciare un uso inappropriato di cortisone o antibiotico?

D.O. Lorenzo Luchetti
cell: +39 328 6219952
e-mail: d.o.lorenzoluchetti@gmail.com

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Le 16 parole di Stella

Oggi voglio condividere con voi, in particolare con le insegnanti della scuola primaria, uno strumento che potrà esservi utile in questo periodo scolastico.
Lo strumento di cui parliamo oggi è il Test delle 16 parole del professor Giacomo Stella.
Il test, rivolto principalmente alle insegnanti della 1 e 2 elementare, consente di verificare la prima acquisizione della fase alfabetica e l’inizio di quella ortografica dal punto di vista fonologico quindi trascurando tutte le regole ortografiche (punteggiatura, doppie, accenti ecc…).
Lo strumento vuole identificare le difficoltà di elaborazione fonologica della parola, indispensabile per la trasformazione della parola orale in codice scritto.

Prima di descrivere il test ricordiamoci che :
Il test rappresenta uno Screening di primo livello :rapido economico e semplice
E’ un test predittivo che misura un fattore di rischio: attenzione però non si pone come obiettivo di fare diagnosi ma si limita, in un secondo momento, ad inviare alle strutture di competenze territoriali.

Questo vale sia se lo screening fosse fatto dalle insegnanti ma anche se venisse fatto da personale tecnico specifico (logopedista, psicologa, neuro psicomotricista ecc..) perché ripetiamoci pure che l’unica figura in grado di fare diagnosi è il Neuropsichiatra Infantile.
Allora il test è composto da un dettato di 16 parole che hanno queste caratteristiche:
Difficoltà fonologica crescente
Bassa frequenza d’uso
Buon grado d’immaginabilità
Alto grado di corrispondenza grafema fonema
Questa prova viene fatta in un due momenti: a fine gennaio e a fine maggio.
DETTATO FINE GENNAIO
BISILLABE PIANE: Pera, Fumo, Gola, Biro
BISILLABE COMPLESSE: Barca, Fonte, Strada, Grande
TRISILLABE PIANE: Carota, Divano, Balena, Melone
TRISILLABE COMPLESSE: Scatola, Candela, Mandorla, Fantasma
DETTATO FINE MAGGIO:
BISILLABE PIANE: Tela, Peso, Lino, Fumo
BISILLABE COMPLESSE: Festa, Brano, Lungo, Corda
TRISILLABE PIANE: Pavone, Medusa, Ferita, Numeri
TRISILLABE COMPLESSE: Patente, Spavento, Vacanza, Persiana
E’ un test non solo di facile somministrazione ma anche molto ecologico; può essere infatti svolto tranquillamente nell’aula di riferimento dei bambini che potranno utilizzare i fogli che abitualmente utilizzano, le insegnanti devono dettare senza sillabare e gli studenti possono utilizzare il carattere che preferiscono.
Le parole devono essere scritte una sotto l’altra e durante la dettatura dobbiamo aspettare tra una parola e l’altra 7 secondi alla prima somministrazione (fine gennaio) e 5 secondi nella seconda ( fine maggio),
Procediamo ora alla valutazione qualitativa e quantitativa della prova:
1 punto per ogni parola scritta bene
0 punti per parole che contengono uno o più errori
Solo in prima elementare non vengono considerati errori di doppie e la scrittura speculare, dalla seconda si conteggiano anche le doppie.
Se in una parola ci sono due o più errori si conteggiano tutti ( es: se scrive PTE al posto di RETE troveremo come errori lo scambio di grafema e omissione di grafema quindi calcoleremo 2 errori).
Limite di parole sbagliate che possiamo considerare a rischio è di 8 per il dettato di fine gennaio e 4 per il dettato di fine maggio.
Come dicevamo prima è uno screening di primo livello ma può fornirci tante indicazioni, soprattutto l’analisi qualitativa degli errori ci da una chiara indicazione in quale fase il bambino si trova e può indirizzarci su un rinforzo mirato per quel bambino.
Ora condivido con voi il test effettuato ad una bimba di prima elementare a cui ho sottoposto le parole di fine gennaio.
Ecco i risultati:
Bisillabe piane : PERA = PRA; FUMO = FMO; GOLA = CLA; BIRO = BIRA
Già in questa prima parte troviamo i seguenti errori: l’omissione di grafema e scambio di grafema. Ci possiamo accorgere già da qui che la conversione fonema/grafema è debole quindi andiamo avanti nella somministrazione anche se ci aspettiamo che nelle prove successive sarà sempre peggio.
Bisillabe complesse : BARCA = BACA; FONTE = VTE; STRADA = STAR; GRANDE = GANE
Trisillabe piane: CAROTA = CAPTO; DIVANO = PIANO; BALENA = PLONA; MELONE = LONE
Trisillabe complesse: FANTASMA = FSAMA; SCATOLA = SCTLA; CANDELA = CNDLA; MANDORLA = MALO
L’analisi qualitativa ci dice che la bambina non ha ancora automatizzato del tutto il codice alfabetico e che il processo di conversione fonema/grafema è ancora debole.
Oltre allo scambio e all’omissione dei grafemi l’analisi qualitativa degli errori che la bambina commette ci potrebbe far “ipotizzare” due cose:
Difficoltà nella discriminazione uditiva del tratto sordo/sonoro (GOLA= CLA/ FONTE = VTE : G/C e F/V)
Difficoltà visuo-percettive (DIVANO = PIANO/ BALENA = DLONA : D/P e B/P)
Non tanto la quantità quanto invece la valutazione qualitativa ci permetterà di avere chiaro l’obiettivo del rinforzo e il punto di partenza.
Ora vorrei fare una riflessione insieme a voi…
Quanto l’introduzione dei 3 caratteri simultaneamente può incidere (negativamente) sullo sviluppo dell’abilità della letto-scrittura di questa bambina?

dott.ssa Viviana Vinci

logopedista

ass. Gestiamo Parole

 

 

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Come intervenire in un bimbo di I media con Dsa?

Un insegnante ci ha scritto pochi giorni fa sul sito con questa domanda: “Come e quanto devo intervenire nella correzione di errori di grammatica in un bambino di prima media con Dsa ?

Allora innanzitutto ci servirebbe sapere quando il bambino è stato identificato e poi certificato.  Diciamo che, con l’ingresso alle medie ci si potrebbe trovare in due situazioni:

  1. Una situazione in cui il bambino è stato identificato e certificato tempestivamente, facciamo fine seconda elementare  in terza elementare arriva la diagnosi , PDP  fatto e condiviso tra i docenti e i genitori , ha seguito un percorso di riabilitazione logopedica o psicologica e arriva alle medie con una buona padronanza del computer. Ovviamente questo bambino ha una famiglia che ha collaborato con la scuola e quindi il passaggio dalle elementari alle medie avviene in maniera serena.
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SCREENIZZIAMOCI….. Il ruolo del logopedista nella Scuola

SCREENIZZIAMOCI…..
Il ruolo del logopedista nella Scuola
Ci sono parole che hanno il potere di cambiare le espressioni sui volti di chi le ascolta.
Una di queste è “Screening”.
Quotidianamente ho la fortuna di confrontarmi con insegnanti e genitori sull’importanza dei progetti che, insieme alla mia équipe, porto avanti nelle scuole; per lo più progetti di identificazione precoce sui disturbi del linguaggio e dell’apprendimento.
Sono tutti molto entusiasti nel sapere che a scuola si svolgono questi tipi di progetti ma quando durante le riunioni con i genitoriviene pronunciata la parola “Screening” cala sui loro volti un espressione di paura e dubbio mista a curiosità.
Questo perché siamo abituati ad associare questa parola ad un’altra che ci spaventa molto “malattia“ e in effetti su Wikipedia la ritroviamo, come se non bastasse, ben due volte:
“Screening: termine utilizzato in medicina per indicare una strategia (protocollo) di indagini diagnostiche utilizzate per identificare una malattia in una popolazione a rischio medio di una malattia..”
Dovremmo invece abituarci ad associarla un’altra parola che sta sulle bocche di tanti e nei fatti di pochi: “Prevenzione”.
I logopedisti impegnati nel lavoro con i bambini di varie età giocano oggi un ruolo molto più attivo di quanto accadesse nel passato nella prevenzione, nella identificazione e nella riabilitazione delle disabilità di lettura (Fey, Catts e Larrive, 1995; Nelson et al., 2000).
Questa novità, è supportata da numerosi studi e ricerche, che hanno dimostrato non solo che, bambini con difficoltà di lettura avevano alle spalle un disturbo del linguaggio ma anche che un deficit nella consapevolezza fonologica influenzava significativamente l’esposizione iniziale al processo di lettura.
Dato che le difficoltà di linguaggio si possono osservare molto tempo prima che il bambino venga esposto alla letto/scrittura formale e che le abilità metafonologiche vengono acquisitespontaneamente dai bambini intorno a 4-5 anni, il logopedista potrebbe essere una risorsa incaricata all’identificazione precoce delle difficoltà di lettura e non solo. Da qui nasce l’esigenza di “screenizzare“ i bambini dell’ultimo anno della scuola d’infanzia e, laddove risultino dei bambini a rischio, intervenire con dei laboratori di potenziamento non solo sulle abilità di processazione fonologica ma su tutti i prerequisiti dell’alfabetizzazione (attenzione, memoria, discriminazione visuospaziale, coordinazione oculomotoria ecc).
In un periodo storico che vede continui tagli alla Scuola, la ricerca di risorse efficaci per garantire ad ogni studente un percorso scolastico sereno è, secondo me, d’obbligo.
Non basta però avere all’interno della propria scuola un progetto di prevenzione e identificazione precoce, ma è la ricerca di una continua collaborazione tra insegnanti e tecnici, è la condivisione di un linguaggio comune a fare la vera differenza.
Dott.ssa Viviana Vinci

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Il bambino al centro del sistema

Sabato 18 aprile si è tenuto l’incontro “Buone Prassi nell’integrazione tra Scuola, Famiglia e Servizi”, il secondo degli incontri promossi dall’associazione Gestiamo Parole, in collaborazione con il 275° Circolo e patrocinati dal Comune di Zagarolo.
Obiettivo di questo ciclo di incontri è il bambino e il suo benessere, benessere inteso non solo come stile di vita sano dal punto di vista fisico, psichico e relazionale, ma come l’insieme di comportamenti e condizioni tesi ad influire sulla qualità di vita, ovvero la costruzione di buone prassi tra scuola, famiglia e servizi.

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